Camminavo
lungo il fiume che scorre pacato all'interno del mio giardino
millenario, delimitato ad est dalla mia piantagione di caffè
decaffeinato, ad ovest dalle immense praterie dove frotte di
quadrupedi calpestano terra rossa, a sud dai sette mari che
decidono il loro ondeggiamento chiedendomi saggiamente un parere
ed infine a nord, con l'infinito brivido che solo i ghiacciai
sempre innevati possono infondere.
Insomma, cazzeggiavo senza dare importanza allo scorrere del
tempo, senza aspettarmi nulla dal giorno se non i rumori della
natura che mi circondava e, forse l'inatteso passaggio fluviale
del nemico defunto.
Vagabondavo bighellonando solo, ramingo, assorto nei miei pensieri
a tratti pennellati con una sorta di carboncino morbido che
ne offuscava la comprensione immediata, colpito e affondato
– forse - da innocui quanto micidiali raggi di sole che
sapevano penetrarmi con incredibile precisione, che probabilmente
avevano come scopo primario quello di donarmi energia vitale.
Perso in arzigogolati panegirici cerebrali fini a loro stessi,
sentivo crescere in me la paura dello sconosciuto, del troppo
vasto, dell'incomprensibile e mi guardavo intorno con sospetto,
attenzione, malcelata tranquillità.
Suoni inattesi ed esoterici, rumori indecifrabili ed oscuri,
fronde ondeggianti che simulavano umane movenze, fogliame disperso
con precisa casualità tutto intorno a me da un soffio
anomalo facevano si che la mia schiena venisse trapassata da
un drappello di brividi in rapida sequenza, una legione di fremiti
capaci di scuotere un diplodocus
del Wyoming resciuscitandolo.
Così quando avvertii l'esigenza naturale di chiedere
aiuto, di gridare ai punti cardinali una richiesta di soccorso,
lo feci. Le fronde dispettose si tramutarono magicamente in
una moltitudine di mani protese in alleanza; le foglie apparentemente
secche divennero sempre-verdi dai toni familiari, parti attive
di una fotosintesi necessaria per ossigenare la mia anossia
cerebrale; i suoni incomprensibili si trasformarono in cori
ben armonizzati di voci amiche che mi incitavano con forza e
sollecitudine a ritrovare l'orientamento, pur cercando ad ovest...
Ottimismo? Positività? Consapevolezza dei propri limiti
e sana pacatezza di intenti? Umiltà nel comprendere la
necessità di chiedere indicazioni ad un benzinaio stanco
alterato dai vapori degli idrocarburi che cerca inesorabilmente
di venderci? Tranquillità apparente che galleggia in
un bicchiere mezzo pieno di serenità?
Mentre la mia mente elaborava con insana rapidità gli
accadimenti, mi resi conto che probabilmente ognuno di noi ha
il suo poeta bucolico da seguire per ritrovare la rettilineitudine
persa nella traduzione di un momento difficile.
Affidandosi alla filosofia epicurea (di cui anche il Virgilio
seguì i precetti nel capoluogo campano un po' di secoli
fa) ed al suo secondo principio, quello dell'atomismo per cui
la formazione e il mutamento delle cose sia da attribuire all'unirsi
ed al disunirsi degli atomi e la nascita delle sensazioni come
l'azione di atomi provenienti dalle cose, sugli atomi dell'anima
stessa, giunsi alla conclusione che ancora oggi mi vale un riconoscimento
ufficiale del CEPU di Carugate: “Non siamo mai
soli in questo Universo di cose in continuo mutamento, e quanto
più sentiremo mancare il terreno saldo sotto di noi,
più ci accorgerremo di poggiare i piedi sull'estrema
solidità che può essere definita amicizia, fratellanza”.
E via, verso nuove avventure, magari più vicino al focolare
domestico della mia umile dimora settecentesca, piuttosto che
seguendo il percorso del rio che scorre nel parco assorto in
amene letture georgiche.
E
pensando al fatto di non essere mai soli, ecco il “dis-consiglio”
di questa settimana, gratuito, in amicizia, in condivisione
fraterna: “Larry
Young – Unity – 1965 – Blue Note”.
Larry Young è all'epoca un giovane (davvero) organista
Hammond già completamente differente dal ben più
famoso Jimmy Smith, poiché amante più delle melodie
del sax di Coltrane che di quei disegni armonici tipici dei
pianisti che trasmigrano verso l'organo. “Unity”
è sicuramente il suo capolavoro, anche se la mole maggiore
di lavoro di composizione arriva da un 20enne Woody Shaw già
in possesso di grandissime qualità che lo porteranno
poi ad essere riconosciuto da tutti come uno dei trombettisti
degni di essere annoverati nell'Olimpo della storia del Jazz.
Joe Henderson al sax, già potente forse non ancora arrabbiato
come negli anni a seguire, quelli della musica con connotazione
sociale (“Power to the People”, “If You're
Not Part of the Solution, You're Part of the Problem”,
“In Pursuit of Blackness”, “Black is the Color”,
“Black Miracle”, “Black Narcissus”),
qui ha una voce già matura pur a soli 28 anni e ci regala
un fantastico blues “If” terreno di caccia per una
serie di improvvisazioni degne di nota.
Alla batteria, un Elvin Jones “vecchio” del gruppo,
con i suoi 38 anni ed un fardello di esperienza impressionante
visti i suoi trascorsi con John Coltrane, Miles Davis, Sonny
Rollins, Charles Mingus, Bud Powell, Lee Konitz, Freddie Hubbard,
Wayne Shorter, McCoy Tyner, lo stesso Joe Henderson per arrivare
infine ad Ornette Coleman o Bill Frisell negli anni a seguire.
Con questa formazione nasce un disco che si potrebbe tranquillamente
definire un capolavoro. In assenza del contrabbasso, l'Hammond
di Young lavora in modo incredibile con la parte bassa dei suoi
tasti, mentre Jones fortifica una ritmica solo apparentemente
povera, per poter dare un sostegno certo a Shaw ed Henderson.
Gli assoli di Young sono come quelli di un sax o di una tromba,
ed apre spiragli davvero importanti, giocando con due ottimi
solisti come i fiati del suo combo.
L'ouverture è data dal rullante di Jones per un brano
che parte un po' strano, “Zoltan”, che riprende
un disegno melodico di una suite di Zoltan Kodàli, ungherese
pioniere della etnomusicologia. Una chicca. “Monk's
dream” è una sfida tra Young e Jones in duo, in
un continuo scambio di ruoli, rincorrerrendosi in fratellanza,
senza mai smarrire la via. “If” è un
blues in cui assoli di Shaw, Henderson e Young piovono a raffica,
mentre “The Moontrane” è uno dei brani che
andranno poi a fare la storia di Woody Shaw da qui in poi, suonata
in ogni dove, marchio di fabbrica di un genio della tromba.
Segue un capolavoro di interpretazionni su un brano del 1928,
“Softly, as in a morning sunrise” dove una prefazione
di Henderson sul tema preannuncia un ottimo solo, grosso, roco,
cui fa seguito una tromba a tratti tagliente come una katana
che prelude ad un assolo di Hammond a cui non manca nulla.
L'escalation è vertiginosa. Il solo “sale”,
il contrappunto di sax e tromba permette a Young di toccare
registri più acuti con armonizzazioni a tratti folli,
mentre la mano sinistra imperterrita batte e ribatte un “walkin'
bass” che viaggia a 240 bpm!!
Riprende il tema un Woody Shaw con suono forse stanco, messo
alle strette da ore di prove, ma epidermico, comprensibile,
umano.
“Beyond all limits” è un
altro fast hard bop, suonato con un tiro degno di scuola del
jazz.
E' veramente triste pensare che Larry Young sia morto per aver
trascurato una polmonite a soli 37 anni!!
E che dire degli altri? Non ce n'è rimasto più
nessuno...Ora “Unity” anche nel Walalla a suonarcele
così....