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E'
passato Natale, se n'è andato Capodanno, è scivolata
via l'Epifania e siamo ancora qui sommersi dagli oroscopi idioti
di qualche presunto mago da strapazzo.
Il 2010 è l'anno del cinghiale secondo qualcuno, forse
del muflone per altri, magari del brasato ma, tutto questo è
solo una stupidata, una cretineria. Quello che sicuramente è
vero è che sarà ancora un anno duro, fatto di
presunti sacrifici economici, di mancanza di lavoro e di cassa
integrazione straordinaria e mobilità e chissà
cos'altro.
E' anche vero che settimana scorsa io ed alcuni fidi amici di
sempre ci siamo fatti una sciata settimanale e ci siamo poi
trovati nella coda da rientro praticamente dalla località
montana fin quasi alla città e senza altri motivi se
non il numero di vetture.
Nessun morto invece per i festeggiamenti di Capodanno (meno
male!) ma circa 500 feriti ancora a causa dei botti, soprattutto
bambini e soprattutto causati da esplosivi illegali. Ma avete
sentito della “Capata di Zidane”?
Se la “Bomba Maradona” era già considerata
una missile terra-aria, quella del francese forse era una “testata”
nucleare (Mururhoa?) e cosa avrebbe potuto combinare? Beh, non
certo l'espulsione del campione transalpino dalle nostre festicciole
notturne...
2009, anno dispari, anno difficile economicamente a livello
mondiale e nazionale, caratterizzato in primis dall'aggressione
al nostro premier... Si, in effetti sono successe tante altre
cose ma questo telefilm in più puntate è stato
il clou dell'anno appena terminato.
Non sono sicuro si sia trattato di un “vero” attentato,
della stoccata di un pazzo piuttosto che di un colpo di “genio”
del nostro folle-folletto e del suo talento naturale per lo
show. Chissà.
E la gente non ha fatto in tempo a lasciar uscire dalla propria
bocca “che eroe di premier che nostro signore gesù
ci ha donato!”, che una poveraccia (questa si) in uno
slancio di affetto incontrollato ed un po' scoordinato, zompa
addosso a Benoit XVI e lo ribalta, lui e tutta la scorta di
diocesani attempati. Che mondo di matti, chi più chi
meno. Ci manca solo che Apicella ci scriva una canzone...
Correva
l'anno 1969, ed un gruppo di folli entrava in sala d'incisione
il 21 luglio, appena poche ore dopo che (Louis) Armstrong aveva
fatto ritorno sul Lem, per registrare un disco a tratti altamente
innovativo, catalogabile in quella “vena poetica”
nominata progressive rock. “King
Crimson – In the Court of the Crimson King –
1969 – Island rec.”
Per il “dis-consiglio” di questa settimana ho puntato
verso il rosso cremisi, un colore non molto utilizzato, se si
eccettua la bandiera nepalese, quella a doppio triangolo.
La figura rossa che caratterizza la copertina di questo disco
ha attirato (di nuovo, dopo anni) la mia attenzione su questo
disco. Il mio pensiero è andato sia alla faccia stravolta
del nostro primo ministro ed anche a quella del pontefice, entrambi
“re” di qualcosa e qualcuno, entrambi colpiti, entrambi
rossi per il sangue o per il mantello papale ed entrambi personaggi
importanti ed entrambi momentaneamente a terra.
Apre il lato A del vinile “21st Century Schizoid Man”,
dove un'incredibile voce distorta di Greg Lake (quello che poi
andrà a formare gli “Emerson, Lake & Palmer”)
sembra proprio provenire dalla faccia stravolta riportata in
copertina (Berlusconi? Benedetto XVI?) mentre ritmiche unisono
di chitarre imbufalite, basso degno di nota e sax cattivissimo
aprono lo spazio per un assolo di chitarra di Robert Fripp (un
genio della musica rock mondiale) accompagnato solo da basso
e batteria sullo stile dei Cream di Eric Clpaton, che in quel
mentre sono già considerato quasi un supergruppo.
Ma l'insieme dei suoni è completamente differente da
quello che circola all'epoca, gli stacchi, gli obbligati, le
pause dosate con maestria ci fanno capire che abbiamo di fronte
dei musicisti preparatissimi.
Segue “I talk to the wind”, dolce ballata dove un
flauto traverso (Ian McDowell) accompagna tutta la parte cantata
donando dolcezza, anche con un'ottima improvvisazione, a tutto
il brano.
“Epitaph” chiude letteralmente
la side one, introdudendo un mellotron (sempre Ian McDowell)
che simula archi vari, donando un'imperiosità ed una
maestosità alla canzone non indifferenti. La voce sofferente
di Greg Lake rende bene l'idea dell'epitaffio.
La side B apre con “Moonchild”, un pezzo strumentale
ordinatamente free, registrato anche questo in presa diretta,
che ci avvolge dolcemente con suoni vaghi ma rassicuranti.
E arriva infine l'ultimo brano (si, 5 canzoni solamente!), la
perla, la traccia omonima che ci offre dolcezza, sofferenza,
suoni vagamente medioevali, pieni, pomposi, e cori che si aprono
su melodie importanti e lasciano spazio ad un bel assolo di
flauto. Il tutto si apre si chiude si riapre, mentre le dinamiche
aumentano, i cori salgono e la batteria di Michale Giles scandisce
ed apparentemente chiude il brano (dopo circa 7 minuti), mentre
il solito mellotron, come un organetto del luna park, si riaffaccia
per presentarci lo “show finale”, dove una orchestra
synth richiama il tema incalzante del brano e ci conduce definitavamente
in quel mondo musicale che da li a brevissimo sarebbe esploso:
Il progressive rock, di cui questo album è sicuramente
il manifesto imperdibile.