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Quando,
a tragedie immani come il terremoto ad Haiti già di per
se strazianti, accompagnate da un numero incredibilmente dettagliato
di immagini oltremodo angoscianti sature di morti feriti senzacasa
orfani, dobbiamo aggiungere quelle di morti ammazzati in modo
sommario per presunti atti di sciacallaggio e di neo leader
politico-sociali scattate con un numero inverosimile di cellulari
e di fotovideocamere digitali, allora il mio disorientamento
iniziale si trasforma in rabbia e solo successivamente in dolore.
Ho visto mani tese nel chiedere aiuto, acqua, cibo essere affiancate
da altre che riprendevano con inaudita ferocia scene da vendere
ai posteri in nome del dio denaro e della mania globalizzata
del “sono anche io un reporter”.
Ovvio che si tratta probabilmente di una minoranza ma, come
sempre, la minoranza è da sempre padrona delle cronache
e riesce a trasformare qualsiasi cosa in un'altra. Potere?
Prendete la classica manifestazione politica pacifista dei molti,
piena di slogan “triti & ritriti”, striscioni
che ormai riportano illeggibili frasi corrose dal tempo. Tutto
procede come stabilito quando un manipolo di disadattati sociali
scende in campo a mazze ferrate spiegate, distruggendo vetrine,
insegne, bancomat simboli del potere e via discorrendo. Molti
in mano a pochi.
Ed ancora il tifo da stadio dove migliaia e migliaia di pseudo
tifosi inneggianti alle loro compagini calcistiche oltre che
alle corna arbitrali, vengono catalogati (dopo essere stati
minuziosamente perquisiti) come potenziali terroristi armati
di oggettistica varia, come distruttori di città simpaticamente
arredate o di treni anteguerrra. Molti in mano a pochi.
E non dimentichiamoci di quando vengono calcolati in modo estremamente
medio (ed apparentemente democratico), redditi procapite o spese
per famiglia dove compaiono numeri che si faticano a credere
reali. Molti in mano a pochi, ancora. Ma è forse questa
la vera democrazia?
Generalizzazione o democrazia?
Media matematica, ponderata o democrazia??
Sopruso o democrazia?
Io, in quanto Dr. Blues docente ipotetico di qualunque cosa
in qualunque posto situato tra qui ed il “tropico del
cipresso storto su un lato”, potenziale istruttore di
filoantropologia applicata all'Universidad de la Catalunya (e
chissà cos'altro riuscirò ancora a fare grazie
al CEPU di Carugate Brianza), mi sento libero di dire che il
mondo è sotto il potere di pochi, a maggioranza idioti,
sia sul primo sia sull'ultimo degli scalini di una fantasiosa
ed immaginaria scala che denota solo il devastante impatto che
l'idiota va a creare sulla massa di reali imbelli che vive brucando
il suo sito, in attesa della rinascita del ciuffetto verde da
cui attingere “vita”.
Un mondo a maggioranza lavoratore, altruista, buono, caritatevole,
socievole, impegnato nel sociale e nel volontariato, con buoni
propositi e buona educazione e, secondo me, con sani princìpi
che tuttavia resta soggiogato, sottotiro, in balìa di
un numero limitato di guerrafondai, malavitosi, sfruttatori,
beceri approfittatori, scalmanati senza fede, scoordinati senza
arte né parte che imperversano se solo facciamo un minimo
di attenzione.
Democrazia? Bah.
Ho passato questo week-end ad ascoltare un disco che ha saputo
a tratti alleviare queste tensioni a cui, per motivi anche spirituali,
il Dr. Blues è ormai sottoposto da anni grazie al diploma
di guru conseguito “magna cum laude” presso il panificio
“Gatto e Ratto” noto dell'ambiente di noi asceti
soprattutto per l'intransigenza del docente nel confronti degli
allievi intolleranti al glutine. Un
disco dicevo leggero ma non troppo, pregno di ottimi brani,
spruzzati qua e la di tecnica sopraffina. “Valerio
Baggio Trio – Aperte virgolette – 2009 –
produzione indipendente”.
Valerio Baggio è un pianista che nasce classico, cresce
pop, diventa maggiorenne con il blues e si sposa in jazz, senza
dimenticare nessuno dei passi che ha saputo percorrere in questi
anni di musica in giro per il pianeta con grande applicazione.
Brani raffinati, curati, dai sapori balcanici piuttosto che
mitteleuropei, con richiami velati o ben evidenti a Bach, Chopin
e Petrucciani, passando per armonizzazioni che ricordano Metheny
e ritmiche sudamericane come la bossa, o tempi come il tango.
“Cremlino” apre il disco come se fosse uno
scherzo ma poi amplia i suoi orizzonti con tocchi fusion di
incredibile bellezza. La sezione ritmica (Alfredo Savoldelli
al contrabbasso ed al basso ed Herbert Bussini alla batteria)
viaggia sicura nei cambi ritmici, nel sostegno (a tratti non
necessario) al pianista che gioca con l'improvvisazione con
estrema leggerezza. “Anelli” potrebbe essere
annevorata come un ballad triste, con le immagini sullo sfondo
di un film in bianco e nero con l'interprete principale che
si gira e se ne va, lasciando però dietro di se la speranza
di un nuovo incontro, agevolato dalle note di improvvisazione
del piano che intermezza richiami a ben più illustri
compositori ma in modo simpatico, mentre basso e batteria assecondano
rallentamenti e dinamiche con ottima disinvoltura.
“Il volo”, dedicata dal compositore all'11 settembre
2001 è secondo me la chicca di un lavoro pregevole in
quasi tutte le sue pieghe ma che raggiunge con questa traccia
la summa di un intento che sembrava inizialmente lontano ed
irraggiungibile, ma che infine viene trovato, domato e dato
in pasto all'ascolto ed al pubblico ludibrio.
Cambi ritmici, armonici, mano destra e sinistra che vengono
dominate con apparente semplicità dal giovane pianista,
il basso che affonda il colpo ed una batteria che diventa per
l'intenditore attento, protagonista di un capolavoro di semplicità
e determinazione, dettando i tempi della sofferenza.
“Preludio e bossettina”, già a detta dell'autore
è un modo di provare a coniugare Bach e Petrucciani e,
secondo me, se l'intento non è raggiunto, poco ci manca.
La tensione armonica coinvolge, stacchi e pause sono ben dosati
e la dolcezza (presente in tante composizioni dell'indimenticabile
pianista transalpino), è percepibile. Il crescendo poi
è quasi magistrale, mettendo in risalto capacità
tecniche veramente notevoli.
“Tango” è
l'ennesima chicca di un disco che scorre senza incertezze o
quasi. La melodia è piacevole, la ritmica è dosata
con cautela ed il solo finale di pianoforte comprende dolcezza,
risveglio, carezze del mattino ed anche un croissant per iniziare
bene la giornata.
E se “Speedy Gonzalez” è l'ennesimo gioco
dei tre su intrecci classici e pop, con estrema capacità
esecutiva, “Dal treno” avvolge l'ascoltatore con
sapienti cambi armonici, ritmici, scambi di interprete di melodia
(piano e contrabbasso) e ci regala più di 3 minuti di
solo di piano che non ha una pecca, non ha un difetto, e passa
direttamente dal lettore della traccia alla catalogazione “assolo
4 stelle di 5”
“Cancher blues” (letto
canker) è un continuo cambio di ritmiche, di tempi, di
dominanza all'interno del trio e scorre piacevole mentre “Maestrale”
ci regala una melodia come poche volte si può sentire,
appoggiata su accordi a volte inattesi, dove il basso si prende
l'ardito compito di cantare un tema che solitamente viene lasciato
a voci più “importanti” come sax o trombe.
Ma il successivo assolo di piano è talmente bello e vario
che potrebbe quasi scalzare il suo compagno di viaggio (quello
delle 4 stelle!) che abbiamo precedentemente citato, ma invece
lo affianca sorridente.
4'30” di piano solo per palati che hanno bisogno di note
vellutate, è il tempo minimo per un'improvvisazione!
Bella l'idea di un basso solitario che si prende uno spazio
tutto suo, prima di richiamare la band per le 4 battute finali.
“Baci e abbracci” chiude in piano solo un lavoro
che passerà molto probabilmente inosservato per anni
per colpa di un sistema che non sa valorizzare in modo degno
musici nostrani di estrema capacità compositiva, esecutiva,
organizzativa, dando spazio a minorati mentali e musicali che
concorrono a definire il nostro Paese come pieno di incapaci
musicalmente parlando.
Democrazia??