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La Demente Noia Mediatica
a cura di Dr.Blues
L'isola dei famosi 2010... si interrogò, si interrogò, rimischiando un pigro mazzo di giorni che sembravano (non sarebbe stata la prima ad ammetterlo?) più o meno tutti uguali o volti nella stessa direzione, sottilmente, come il mazzo di un prestigiatore, con qualsiasi stranezza da subito evidente all'occhio esperto.

Routine. Abitudine. Giorni tutti uguali che si inseguono senza nemmeno intralciarsi in un turbine di appassimento incondizionato, in attesa di un segnale, aspettando un risveglio collettivo, mentre attendiamo che qualcuno (chi?) ci rivolti l'esistenza per avere un pizzico di sale in più, insipide comparse senza battute in un mondo virtuale alternativo tenuto insieme con il nastro adesivo marrone.

E' una visione che sembra essere lontana anni luce dagli stereotipi propostici con martellante continuità dal mondo dell'etere (e del via cavo!), da quei personaggi “riferimento” (per qualcuno) che buttano a mare una carriera per approdare ad un'isola televisivamente sottoposta a mille attenzioni, che si cospargono il capo di letame in improbabili aziende agricole dove il gallo cedrone è sostituito da cameramen e fonici e ancora ballerini, credibili quanto un gatto di marmo che atterra indenne dopo un volo granitico di pochi metri. Ma il Paese non è questo.

Il Paese è una massa di sottotono; cosa ampiamente dimostrabile con le scelte di vita ottemperate grazie a consigli televisivi. Personaggi alternativi quanto un baobab in una riserva di baobab che necessitano di SUV per parcheggiare sulle aiuole, che si emozionano per le lagrime amare (quanto una fetta di strudel in un occhio) del tronista o della velina per l'incontro “carrambato”, per il tribunale televisivo e per il processo mediatico a cui occasionalmente vengono mandati ignavi personalità dalla faccia talvolta nota.

Il mondo non è questo. La gente non è così, davvero. “Uscite dai loro corpi, o spiriti malefici dei vari Costanzo, De Filippi, Carrà” e chissà chi ancora in questo palinsesto demente frammentato di scemenze.
Mi estraneo, mi dissolvo come neve in un pentolino d'acciaio sul fornello, prendo le distanze da quello che sembra l'orientamento politico sociale di una Nazione in cui, a tratti, non mi riconosco, io con il mio jazz-inside, con la voglia di essere “l'eletto”, magari per ottenere un po' di immunità in più...

“La crisi è finità” tuonano i soloni da improvvisati palchetti che si trasformano in altisonanti sceneggiature barocche, per poi piombare in una soffusa oscurità tipica del postribolo, autorizzato solo per i nostri politici assetati di prestazioni altisonanti quanto i soldoni che giocano alla roulette per conto nostro, affermando che al prossimo giro il 37 uscirà sicuramente. Certo.

Ma la marea si alza, l'acqua ha superato la gola e punta con incredibile fermezza e decisione al mento che, ahimè, ambirebbe ad essere sfuggente ma nulla può.
Invano si cercano appigli nel viscido muro distrattamente piastrellato, muovendo con spasmodica coordinazione gli arti supersititi la grande mutilazione del 2008, mentre una forza oscura piomba sopra di noi sotto le mentite spoglie di una mano amica che ci spinge verso il basso, verso il fondo del barile alla ricerca della melassa rimasta... routine??

La leggerezza con cui molti pavidi affrontano situazioni alquanto difficili non mi rassicura certo. Vedere ignavi attendenti parastatali mi destabilizza. Fossilizzazione diffusa, sorriso di circostanza, disordine di idee non fanno parte del mio archetipo, così come la presenza in sequenza prestabilita di eventi sempre uguali e prevedibili.
Penso che prenderò il mio “dis-consiglio” e me ne andrò a farmi un giro ad Amsterdam...

George Coleman – Amsterdam After DarkGeorge Coleman – Amsterdam After Dark – 29 dicembre 1978 – Timeless rec.”
George Coleman, potente tenorista già strumentista con Miles Davis, voce di Herbie Hancock, figura leggermente in ombra ma portatrice sana di un'importanza reale verificata in centinaia di brani, standard, composizioni originali, assoli di sax che fanno bella mostra in questo disco un po' sottovalutato forse perchè non inventa nulla, mentre la disco-music di Donna Summer sta per piombarci tra capo e collo e Giorgio Moroder, esule della Val Gardena, abbandona lo slittino e si affida ai sintetizzatori.

Coleman (75 anni lunedì 8 marzo, festa della donna - auguri), qui affiancato da Hilton Ruiz al piano, Sam Jones al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria, ci regala 4 sue composizioni su 6, uno standard di Vernon Duke (“Autumn in New York”) e ci propone un “New Arrival”, brano hard-bop estremamente piacevole firmato da Ruiz.

“Amsterdam After Dark” apre il disco con un ossessivo di 2 accordi su una ritmica movimentata ma non troppo incalzante, ed il suono potente, pulito, deciso di Coleman scivola, si insinua tra gli appoggi del piano, in attesa di risolvere sul cambio di accordi che, inevitabilmente, apre ad uno swing più percepibile. Il solo di sax è insieme ricerca di suono e di fraseggio, e mi piace perchè non cade mai nel banale, pur restando estremamente familiare, comprensibile, divertente.
Il brano è il marchio di fabbrica di tutto il lavoro, che ruota intorno alla voglia di Coleman di porsi ancora davanti ai riflettori con il suo tenore presente dalla fine degli anni '50 (con Max Roach), passando attraverso gli anni della svolta modale di Davis (con lui dal '63 al '64) che porta alla realizzazione di “Seven Step to Heaven” con la sezione Hancock, Carter, Williams che diventerà leggenda del jazz a seguire. E poi con Charles Mingus, Chet Baker, Horace Silver, Lionel Hampton, Elvin Jones, Ahmad Jahmal...

Dopo “New Arrival” ecco “Lo Joe”, brano di chiara impronta bop, genere che appartiene all'allora 43 enne afroamericano di Memphis, Tennessee. Un assolo ben suonato, sempre pulito, non troppo invasivo, capace di sollevare le dinamiche della band con un crescendo di note che non stravolgono forse l'ascoltatore, ma che non lo stordiscono nemmeno.
“Autumn in New York” è uno standard e vede qui un incedere leggermente più rapido rispetto all'originale; la capacità della voce del tenore di Coleman di renderlo sufficientemente sofferto pur suonandolo più rapido resta immutata. Dopo 6 minuti di sax solo, è la volta di Ruiz, che gioca con le molteplici armonizzazioni che il suo strumento gli concede, senza perdere una buona musicalità di fondo.
“Apache Dance” apre con un unisono sax, piano e basso, che lascia spazio a qualche battuta di break di batteria prima di aprire su una ritmica molto rapida, un fast in piena regola be-bop con stacchi precisi a marcare i cambi di accordi per poi permettere al sax di involarsi in un solo sempre potente e preciso, senza essere mai “troppo” (per me!!).
“Blondie's Waltz”, un tempo in 3 / 4 forse per una canzone dedicata ad una bionda occasionale (oppure scritta da George pensando a Giorgio Moroder ed ai suoi Blondie di Debbie Harry....) è un brano di pregevole fattura, che non inventa nulla ma, come molte altre volte, lo fa benissimo, come sempre questi americani della storia del jazz sanno fare... forse perchè l'hanno inventato loro??
E allora buon ascolto.

P.S.: la citazione iniziale è tratta da “L'incanto del lotto 49”, il romanzo post-moderno per eccellenza, scritto da Thomas Pynchon nel lontano 1965, farcito all'inverosimile di descrizioni come quella riportata in testa. Nemmeno al CEPU di Carugate sanno 'ste cose...

E buona lettura.

Dr. Blues
 
01/03/2010
 
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George Coleman - Amsterdam After Dark
George Coleman - Soul Eyes & Simone
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