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d'Arte, Video On Line (YouTube) Hyper
XM
“...
si interrogò, si interrogò, rimischiando un pigro
mazzo di giorni che sembravano (non sarebbe stata la prima ad
ammetterlo?) più o meno tutti uguali o volti nella stessa
direzione, sottilmente, come il mazzo di un prestigiatore, con
qualsiasi stranezza da subito evidente all'occhio esperto.”
Routine. Abitudine. Giorni tutti uguali che si inseguono senza
nemmeno intralciarsi in un turbine di appassimento incondizionato,
in attesa di un segnale, aspettando un risveglio collettivo,
mentre attendiamo che qualcuno (chi?) ci rivolti l'esistenza
per avere un pizzico di sale in più, insipide comparse
senza battute in un mondo virtuale alternativo tenuto insieme
con il nastro adesivo marrone.
E' una visione che sembra essere lontana anni luce dagli stereotipi
propostici con martellante continuità dal mondo dell'etere
(e del via cavo!), da quei personaggi “riferimento”
(per qualcuno) che buttano a mare una carriera per approdare
ad un'isola televisivamente sottoposta a mille attenzioni, che
si cospargono il capo di letame in improbabili aziende agricole
dove il gallo cedrone è sostituito da cameramen e fonici
e ancora ballerini, credibili quanto un gatto di marmo che atterra
indenne dopo un volo granitico di pochi metri. Ma il Paese non
è questo.
Il Paese è una massa di sottotono; cosa ampiamente dimostrabile
con le scelte di vita ottemperate grazie a consigli televisivi.
Personaggi alternativi quanto un baobab in una riserva di baobab
che necessitano di SUV per parcheggiare sulle aiuole, che si
emozionano per le lagrime amare (quanto una fetta di strudel
in un occhio) del tronista o della velina per l'incontro “carrambato”,
per il tribunale televisivo e per il processo mediatico a cui
occasionalmente vengono mandati ignavi personalità dalla
faccia talvolta nota.
Il mondo non è questo. La gente non è così,
davvero. “Uscite dai loro corpi, o spiriti malefici dei
vari Costanzo, De Filippi, Carrà” e chissà
chi ancora in questo palinsesto demente frammentato di scemenze.
Mi estraneo, mi dissolvo come neve in un pentolino d'acciaio
sul fornello, prendo le distanze da quello che sembra l'orientamento
politico sociale di una Nazione in cui, a tratti, non mi riconosco,
io con il mio jazz-inside, con la voglia di essere “l'eletto”,
magari per ottenere un po' di immunità in più...
“La crisi è finità” tuonano i
soloni da improvvisati palchetti che si trasformano in altisonanti
sceneggiature barocche, per poi piombare in una soffusa oscurità
tipica del postribolo, autorizzato solo per i nostri politici
assetati di prestazioni altisonanti quanto i soldoni che giocano
alla roulette per conto nostro, affermando che al prossimo giro
il 37 uscirà sicuramente. Certo.
Ma la marea si alza, l'acqua ha superato la gola e punta con
incredibile fermezza e decisione al mento che, ahimè,
ambirebbe ad essere sfuggente ma nulla può.
Invano si cercano appigli nel viscido muro distrattamente piastrellato,
muovendo con spasmodica coordinazione gli arti supersititi la
grande mutilazione del 2008, mentre una forza oscura piomba
sopra di noi sotto le mentite spoglie di una mano amica che
ci spinge verso il basso, verso il fondo del barile alla ricerca
della melassa rimasta... routine??
La leggerezza con cui molti pavidi affrontano situazioni alquanto
difficili non mi rassicura certo. Vedere ignavi attendenti parastatali
mi destabilizza. Fossilizzazione diffusa, sorriso di circostanza,
disordine di idee non fanno parte del mio archetipo, così
come la presenza in sequenza prestabilita di eventi sempre uguali
e prevedibili.
Penso che prenderò il mio “dis-consiglio”
e me ne andrò a farmi un giro ad Amsterdam...
“George
Coleman – Amsterdam After Dark – 29 dicembre
1978 – Timeless rec.”
George Coleman, potente tenorista già strumentista con
Miles Davis, voce di Herbie Hancock, figura leggermente in ombra
ma portatrice sana di un'importanza reale verificata in centinaia
di brani, standard, composizioni originali, assoli di sax che
fanno bella mostra in questo disco un po' sottovalutato forse
perchè non inventa nulla, mentre la disco-music di Donna
Summer sta per piombarci tra capo e collo e Giorgio Moroder,
esule della Val Gardena, abbandona lo slittino e si affida ai
sintetizzatori.
Coleman (75 anni lunedì 8 marzo, festa della donna -
auguri), qui affiancato da Hilton Ruiz al piano, Sam Jones al
contrabbasso e Billy Higgins alla batteria, ci regala 4 sue
composizioni su 6, uno standard di Vernon Duke (“Autumn
in New York”) e ci propone un “New Arrival”,
brano hard-bop estremamente piacevole firmato da Ruiz.
“Amsterdam After Dark” apre il disco con un ossessivo
di 2 accordi su una ritmica movimentata ma non troppo incalzante,
ed il suono potente, pulito, deciso di Coleman scivola, si insinua
tra gli appoggi del piano, in attesa di risolvere sul cambio
di accordi che, inevitabilmente, apre ad uno swing più
percepibile. Il solo di sax è insieme ricerca di suono
e di fraseggio, e mi piace perchè non cade mai nel banale,
pur restando estremamente familiare, comprensibile, divertente.
Il brano è il marchio di fabbrica di tutto il lavoro,
che ruota intorno alla voglia di Coleman di porsi ancora davanti
ai riflettori con il suo tenore presente dalla fine degli anni
'50 (con Max Roach), passando attraverso gli anni della svolta
modale di Davis (con lui dal '63 al '64) che porta alla realizzazione
di “Seven Step to Heaven” con la sezione Hancock,
Carter, Williams che diventerà leggenda del jazz a seguire.
E poi con Charles Mingus, Chet Baker, Horace Silver, Lionel
Hampton, Elvin Jones, Ahmad Jahmal...
Dopo “New Arrival” ecco “Lo Joe”, brano
di chiara impronta bop, genere che appartiene all'allora 43
enne afroamericano di Memphis, Tennessee. Un assolo ben suonato,
sempre pulito, non troppo invasivo, capace di sollevare le dinamiche
della band con un crescendo di note che non stravolgono forse
l'ascoltatore, ma che non lo stordiscono nemmeno. “Autumn
in New York” è uno standard e vede qui un incedere
leggermente più rapido rispetto all'originale; la capacità
della voce del tenore di Coleman di renderlo sufficientemente
sofferto pur suonandolo più rapido resta immutata. Dopo
6 minuti di sax solo, è la volta di Ruiz, che gioca con
le molteplici armonizzazioni che il suo strumento gli concede,
senza perdere una buona musicalità di fondo. “Apache
Dance” apre con un unisono sax, piano e basso, che lascia
spazio a qualche battuta di break di batteria prima di aprire
su una ritmica molto rapida, un fast in piena regola be-bop
con stacchi precisi a marcare i cambi di accordi per poi permettere
al sax di involarsi in un solo sempre potente e preciso, senza
essere mai “troppo” (per me!!). “Blondie's
Waltz”, un tempo in 3 / 4 forse per una canzone dedicata
ad una bionda occasionale (oppure scritta da George pensando
a Giorgio Moroder ed ai suoi Blondie di Debbie Harry....) è
un brano di pregevole fattura, che non inventa nulla ma, come
molte altre volte, lo fa benissimo, come sempre questi americani
della storia del jazz sanno fare... forse perchè l'hanno
inventato loro??
E allora buon ascolto.
P.S.: la citazione iniziale è tratta da “L'incanto
del lotto 49”, il romanzo post-moderno per eccellenza,
scritto da Thomas Pynchon nel lontano 1965, farcito all'inverosimile
di descrizioni come quella riportata in testa. Nemmeno al CEPU
di Carugate sanno 'ste cose...