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“Sbarcare
il lunario”. Il “lunario” originariamente
era una specie di calendario diviso in mesi mentre “sbarcare”
deriva da “arrivare in porto”, tornare, farcela;
da cui “arrivare a fine mese”. “Spalare
il luridume” invece potrebbe prestarsi ad un giuoco di
parole conseguente alla necessità di cui sopra, ed alla
quale tutti noi ci pieghiamo, volenti o nolenti, ad angolo “retto”
detto anche “a 90°”... i giochi di parole si
sprecano.
Con l'intenzione primaria di sopravvivere ai miei discendenti
diretti (…) sbarcando il lunario piuttosto che “sbancando
un casinò”, mi sono finalmente deciso ad intraprendere
un corso di attore improvvisativo per corrispondenza. Al modico
prezzo di 12.500€ (+ IVA) finora l'unico che si è
arrichito è tal Paul Orlowsky, fratello di ben più
nota Teresa,
“amica” d'infanzia mia e di molti miei amici lettori.
Ma tant'è, bisogna pur provare qualcosa...
Seguendo la falsa riga del ben più noto “metodo
Stanislavskij” che si basa sulla “esternazione delle
emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione
a livello intimo”, il “sistema Orlowsky” si
basa sulla logica che, essendo improvvisativo di suo, nessuno
può insegnarti più di tanto e soprattutto nessuno
può commentare in modo negativo l'interpretazione dell'improvvisativo
in quanto ingiudicabile secondo i canoni predefiniti di un mondo
ormai abitudinario come quello dello spettacolo e del teatro.
Quindi di sicuro successo. Secondo lui.
Per ora il mio corso procede bene (per lui, visto che ho già
pagato!), le fantastiche brochure mi stanno introducendo in
un mondo a me sconosciuto ma che presto, grazie alla guida illuminata
del mio guru Orlowsky, non avrà più segreti.
La prima serie di improvvisazioni creative (sulla falsa riga
del rinomatissimo teatro belga) prevede uno scambio di battute
ironico sarcastico in un monologo tra due personaggi causati
allo sdoppiamento di personalità dell'improvvisativo
stesso.
L'improvvisativo sdoppiato si interroga sul saggio di Erich
Fromm “Avere o Essere?”, passando con incredibile
capacità (teorica) dall'improvvisazione comica a quella
tragicomica, inerpicandosi per dubbi amletici, scivolando attraverso
dilemmi arcaici, inciampando in paradigmi filosofici in un compendio
di battute della durata complessiva di 1 minuto e 22 secondi.
Un flash riflessivo...
“L'improvvisazione teatrale
permetterà al soggetto – secondo l'O. - di districarsi
nel dedalo di incongruenze che la vita nel suo essere (o avere?)
si porta in dote”, scevro di 12.500€ + IVA certo,
ma “capace di arrangiarsi e probabilmente di “farla
franca” partenopeizzandosi fin nel suo intimo”.
Infatti, che il metodo venga pubblicato ad Acerra (NA) da tal
“Mo' te futt - arti graFFiche S.p.Azz.) ha fin da subito
fatto rizzare le mie antenne, elettrizzare i miei sensi e stavo
quasi per domandarmi “Ma non è che mi stanno ingannando,
forse?”, quando ad un tratto il campanello di casa ha
suonato ed alla mia porta è comparsa lei, Teresa Orlowsky
in persona con tanto di secondo volume della magnifica opera...
Io da par mio, da attorone ormai scafato da anni e anni di improvvisazioni
teatrali di comprovata inutilità (senza metodo, ovvio),
ho pagato anche l'aggiornamento allo step 2: “Improvvisazione
cinematografica: Lavorare con Moccia” al modico prezzo
di 3.500€ (+ IVA, sempre). Cash, chiaro.
Teresa non ha voluta fermarsi per mostrarmi i contenuti del
“pacco” consegnatomi (un contenuto di peso quasi
“edile”...) e cantando un motivetto vagamente “neo-melodico”,
simil-leggiadra nonostante i suoi quasi 30 anni di film porno,
come si era appropinquata a me così mi ha lasciato, assorto
sull'uscio di casa ricordandomi che “un vero attore improvvisativo
saprà sempre come cavarsela, come sbarcare il lunario
piuttosto che sbianchettare il diario...”.
Improvvisativo. Il suono mi piace. Metto un vecchio vinile sul
mio piatto albionico, lascio adagiarsi stancamente la testina
d'oltreoceano solo dopo aver fatto scaldare a dovere il mio
sistema di amplificazione valvolare olandese e via con il “dis-consiglio”
di oggi, facendoci un viaggetto di ritorno fino alla “terra
delle querce”.
“Tower
of Power – Back to Oakland – 1974 – Warner
Bros.”
Questo è il quarto disco (in studio) della mitica band
dei TOP, maestri del funk della Baia di S.Francisco (California),
miscellanea bianco-nera-ispanica di grandissimi musicisti con
una vena funk incredibile (basta ascoltarsi il preludio di 53
secondi che apre il disco ed il suo continuo di 1 minuto circa
che lo chiude per capire di cosa parlo!! “Oakland stroke”),
l'apice di un certo tipo di funk creato dal gruppo, definito
come forse la migliore “brass section” degli anni
’70 e presente in numerose produzioni a seguire di estremo
successo di gente come Earth Wind & Fire, Santana, Cat Stevens,
Elton John, Linda Lewis, Rad (la mitica Rose
Ann Dimalanta), John Lee Hooker, Rod Stewart, Jefferson
Starship, Mickey Hart, Heart, Huey Lewis and the News, Spyro
Gyra, Poison, Phish, Toto e Aerosmith, dove la grande capacità
dei fiati è coadiuvata da un tandem ritmico incredibile,
unico, imprendibile, composto dal grande Francis Rocco Prestia
e Dave Garibaldi, un pizzico di Italia nell’ensemble.
Infatti se i sax (Emilio Castillo, Stephen Kupka, Tom Politzer,
Lenny Pickett) e le trombe (Adolpho Costa, Mike Bogart) lavorano
di stacchi e controstacchi in modo speciale, la particolarità
dela band è essenzialmente riconducibile alla coppia
Dave Garibaldi - Francis Rocco Prestia. Rocco è sicuramente
uno dei bassisti elettrici più importanti della storia
della musica, il cui “fingerstyle funk” ha ispirato
generazioni di bassisti da John Patitucci a Jeff Berlin, perfino
il grandissimo Jaco Pastorius ne ha mutuato il cosiddetto “tappeto
di sedicesimi”, una sorta di percussione continua delle
corde che serve ad enfatizzare precise figure ritmiche di cui
Dave Garibaldi (il batterista innovatore) era un gran compositore.
Un disco molto '70, dai colori caldi, probabilmente giallo o
arancio, dai suoni analogici, precisi e puliti nonostante l'assenza
del digitale (incrediBBBile....).
Molti i brani belli, ballabili, godibili, eccitanti tra cui
“Can't you see”, “Squibb cake”, “Man
from the past” o ancora “I got the Chop” dove
si fa fatica davvero a tenere saldi i piedi a terra, le gambette
sballonzolano vispe, le mani alternano ritmiche improponibili
ai meno dotati di indipendenza degli arti mentre la voce, impostata
ormai secondo i canoni del “Metodo Orlowsky” fa
da controcanto alla voce acuta dell'afroamericano Lenny Wiliams
da Little Rock (Arkansas).