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Sensazioni
a fior di pelle, paure e timori e sorrisi e gioie e dolori che
si mescolano in un grande minestrone in via di scongelamento,
un brodo primordiale pateticamente pronto per essere consumato
dall'avventore ignoto, senza il minimo interesse per ciò
che ne fa parte, per quello che porta in dote, per quello che
è: noi.
Miliardi di cellule a noi sconosciute elaborano altrettanti
miliardi di informazioni in un lasso di tempo indescrivibile,
mentre noi sudiamo, ci affanniamo, ci azzittiamo perchè
“usa così”. E ci facciamo mangiare, dilaniare,
scarnificare da questo mondo di belve feroci pronte a fare di
noi uno dei tanti inutili sacrificabili che non verranno mai
ricordati. Non è bello.
Provo paure e timori e sorrisi e gioie e dolori e faccio fatica
a districarmi in questo ambiente talmente mutato in questi anni
da non riuscire ad adeguarmici (se proprio devo), mentre tento
di proseguire il mio cammino passo dopo passo, in questo dedalo
di sentierini che si susseguono con incredibile isterismo. Ovvio
che voglio vivere di emozioni e sensazioni che non sono di facile
interpretazione, ma è anche vero che non tutto debba
essere compreso, capito, catalogato a priori.
Paure e timori e sorrisi e gioie e dolori e amore.
Mi sento così schiacciato dagli eventi che faccio quasi
fatica a prendere fiato, mi sento mancare l'aria nei polmoni
e mi gira la testa, mi manca la terra sotto i piedi mentre il
mondo corre a perdifiato ed io inseguo come un affannato rapinato
il suo scaltro rapinatore. Ed a volte inciampo, mi incespico
in inutili righe disegnate sul terreno che non creano nemmeno
dislivelli degni di nota, mentre c'è sempre uno che ti
guarda, ti osserva e pare ridere di te, della tua caduta, del
tuo dramma/dilemma, del tuo essere un pensatore seduto all'ombra
del primo sole di primavera, obbligato a farlo guardando il
quadrante lucente del tuo orologio supertecnologico.
Paure e timori e sorrisi e gioie e dolori e amore.
Faccio così fatica a liberare certe belle sensazioni
che sento di provare che a volte penso di essermi inaridito
in questi anni per colpa del khamsin
o magari per altri motivi più terreni, più umani,
e vorrei ritrovare il bandolo della matassa e tornare a volare
sul filo delle mie emozioni un po' sopite e quale migliore occasione
se non arrivare a fare queste riflessioni in occasione dell'arrivo
della primavera?
E per riflettere meglio, per arrivare ad una conclusione che
non so se mai arriverà, ho scelto di ascoltare un disco
che sta dividendo la critica del web, che si aspetta sempre
il massimo da quest'uomo, avaro nel donarci le sue di emozioni,
secondo alcuni, ma non secondo me.
“Peter
Gabriel – Scratch my Back – 2010 – Virgin
rec.”.
E' un album di cover. Ma questo non vuol dire mica niente...
E' un lavoro di certosina rilettura in chiave completamente
differente di canzoni più o meno note sulle quali ovviamente
spicca Heroes di David Bowie, che da il via alle danze.
L'orchestra di archi apre e chiude gli spazi sulla voce piena
di carisma dell'uomo della Genesi, per una canzone che qualcuno
dice non poteva essere cantata e suonata in nessun altro modo
rispetto alla versione originale del Duca bianco. E no...
Qui Gabriel ci fa capire, con l'aiuto di ottimi collaboratori
come Bob Ezrin, che è possibile rileggere, risuonare,
reinterpretare una canzone solo con la forza e la potenza che
si porta in dono.
Egli qui non sembra “l'Eroe” che sarà, ma
sembra narrarci dell'eroe che fu, che ha toccato il fondo dolorosamente
e con fatica cerca di risalire fino alla superficie in un percorso
che, si sa, non potrà essere né facile, né
breve. “Heroes” mi penetra, mi perfora la carne
con l'ossessivo di violini e violoncelli che si intrecciano
in modo apparentemente isterico.
“The Boy in
the Bubble” (Paul Simon) è aperta da voce e pianoforte,
in una cover completamente differente da quella cantata per
anni da Simon (senza Garfunkel), e forse Peter ne vede la giusta
dimensione, cantando un testo che propone “and don't cry,
baby don't cry”, che non può essere cantato che
così... “Mirrorball” (degli Elbow) non
si discosta molto dalla versione della band di Manchester, ma
gli archi in pizzicato, danno sempre un tocco di classe. E Peter
sta vedendo la luce della risalita.
“Flume”,
originariamente scritta e cantata da un cantautore americano
sconosciuto ai più (Bon Iver) solo voce e chitarra, prende
sempre più vita, con l'orchestra che detta e scandisce
i tempi, mentre la voce di Gabriel, unica di suo, aggiunge sofferenza
alle parole poetiche di un testo minimalista.
“Listening
Wind” (Talking Heads) apre e mi viene subito in mente
“Games without Frontieres” di Gabriel stesso. Gli
archi sono i padroni incontrastati di questa canzone che mi
permette di vedere un cantante che canta sotto una pioggia battente,
ma che si lava via della polvere residua, da anni di persecuzione,
da millenni di rabbia. E corre. E la voce entra sempre più
profonda.
“The Power of the Heart” (Lou
Reed) diventa apparentemente dolcissima, una ninna nanna delicata,
mentre ci spiega quanto sia importante l'amore in queste nostre
esistenze, l'unica cosa che ci ridonerà la vita, oggi
qui, domani la, ma che saprà riportarci a galla nei momenti
bui. L'amore come forza della vita che ci indica la via. E Gabriel
diventa un sacerdote dell'amore, il profeta dell'amore...
“My body is a cage” (del gruppo canadese Arcade
Fire) prende sfumatura più di contrappunto rispetto all'orginale
un po' western time, dove un testo fatto di incomprensioni,
ci ricorda che “non basta dimenticare per essere perdonati”,
ma che un giorno probabilmente, torneremo a far volare il nostro
spirito sopra le nostre sofferenze.
“The book
of love” (Magnetic Fields, gruppo statunitense) col suo
testo un po' “bizzarro” prende dei colori caldi,
avvolgenti se narrato dalle voci di Peter Gabriel e delle sue
(molteplici) figlie femmine canterine. E mi piace lasciarmi
avvolgere da queste note insinuanti, suadenti, apparentemente
magnetiche, molto più magnetizzanti di quelle dei...
Magnetic Fields...
“I think it's going to rain
today” (Randy Newman) è un brano cantato da moltissimi
grandi interpreti, fra cui spicca sicuramente Nina Simone.
Peter Gabriel ne fa una versione ancora più sofferta,
più umida di pioggia e lacrime, ma con quella speranza
finale che sembra dire “non potrà piovere per sempre”,
sottintesa e rubata al “Corvo”, perchè altrimenti
ci trasformeremmo tutti in anfibi; e forse Peter non vuole questo.
E nemmeno io.
“Apres moi” (Regina Spektor)
rinasce sicuramente più carica di tensione, più
piena di trionfalismi che non indicano forse l'arrivo del diluvio
tanto agognato da Luigi XV, e le sue trombe ci portano in un'altra
dimensione e ci fanno capire che il nostro pastore (con il suo
bel pastorale proteso nella mano destra) sarà proprio
il bel Pietro!
“Philadelphia” (Niel Young),
originariamente scritta dal menestrello canadese del “Crosby,
Stills, Nash & Young” che fu, molto più coinvolgente
musicalmente di quella del BOSS (che a me non piace e mi ricordava
quella dei Freur - Doot Doot) per un film che fece piangere
molti. Peter Gabriel non raggiunge secondo me la tensione che
riesce a trasmetterci Neil Young, e la sua versione prende un
po' i toni trionfalistici di un qualcosa che non riesco a comprendere
in pieno. Ma forse, come sempre, non c'è nulla da comprendere.
Basta ascoltare e lasciar fluire le note dentro di noi.
“Street Spirit (Fade Out)” (Radiohead) chiude
il disco con un messaggio ambivalente; in bilico tra desolazione
e lontana speranza che solo l'amore potrà permetterci
di sopravvivere a cosa, a chi, non sappiamo. L'amore come unica
certezza in un mondo di pensieri negativi, preordinati, di cose
che scompaiono e riappaiono magari fallate. E Peter Gabriel
ci dedica la sua versione, forse più sofferente ma meno
sofferta di quella cantata dalla band di Thom Yorke (dell'Oxfordshire,
scusate se è poco), forse meno pessimista, forse no...
ma chiudendo con “fade out” (dissolvere), Gabriel
se ne va, lasciandoci con una canzone dei Radiohead che Vasco
avrebbe potuto sicuramente rovinare (avendolo già fatto
con “na na na....” che in teoria era Creep).
E allora grazie Pietro (e pure grazie Gabriele...) per un disco
che sicuramente ha qualcosa da dire e lo dice con una certa
classe. Quella di un autore particolare e amabile nelle sue
scelte.