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Le Penseur
a cura di Dr.Blues
Rodin - Il PensatoreAver voglia di muoversi ma non riuscire a farlo. Non avere l'energia necessaria per partire, per caricarsi il fardello sulla spalla sana ed andare senza voltarsi, senza volgere lo sguardo sul passato, anche se prossimo. Dover raccattare le proprie cose in anonime scatole verso una destinazione se pur nota ma sconosciuta, che ci porterà obbligatoriamente via di qui, non importa se vicino o lontano.
Pesi del passato che ripiombano sul nostro “capo-collo” appena liberato dalle protezioni invernali di pelo di vicugna pacos, come lame affilate che tutto vogliono recidere ma sbagliano mira, e potenzialmente ci annientano invece che liberarci dalle corde che ci legano gli arti.

Avere mille progetti che balenano nel cervello e non riuscire a capire da quale partire anche se una voce dentro mi dice: “Inizia dall'inizio e vai avanti fino alla fine. Quando finisci, fermati”. Già; ma quele sarebbe l'inizio??
Apro i cassetti meccanicamente, cerco le cose da traslare prima, ma non so nemmeno dove appoggiarle dove metterle dove separarle e continuo a rimandare - da vero idiota - quello che dovrebbe essere un piacevole inizio, un potenziale “cambio di gestione”, un ulteriore taglio che voglio apportare.
Ma non è sempre facile trovare le energie mentali necessarie per darsi “una mossa”, caracollarsi al di la del comodo divanetto nello studio con camino della mia umile ed immaginaria dimora settecentesca di cui, saltuariamente qualche lettore, mi chiede notizie, informazioni, prezzo di un'eventuale vendita. No. Non c'è nessuna villa con giardino piantumato ma solo un ipotetica bolla in cui il Dr.Blues si immerge, si isola dal contesto, ascolta musica e scrive pensando a se dentro ad un mondo immaginario e non che lo circonda.
Ma è ora di muovere, di transumare da buon pastore, tutte le cose di cui si necessita per iniziare un nuovo giorno in un altro posto, anche se non lontano da qui.

Il gregge da spostare, i cani da abbeverare, l'asino fedele ed il vecchio mulo da invogliare in cui mi riconosco da anni, sono li che mi guardano stancamente mentre resto seduto su quel vecchio sasso tondo, paffutto e liscio, consumato dal vento, dalle intemperie, comodo giaciglio per il mio portapiume nonostante l'apparente durezza intrinseca e la freddezza estrinseca. Mi accoglie e tanto mi basta per soffermarmi a pensare.
E più pensi meno trovi il punto focale; più rimungini più ti si contorcono le budella si aggrovigliano i pensieri, si annodano tra loro le difficoltà già presenti e resti fisso, come Le Penseur di Rodin, mentre le giornate si allungano e l'ora legale fa capolino. Ed è quasi Pasqua.

Donald Fagen – Morph the CatIn questa staticità apparente che comporta però, comunque e purtroppo, un notevole dispendio di energie psichiche tendenzialmente inutili, per il “dis-consiglio” di oggi ho deciso di seguire un'idea musicale che prosegue da anni quasi immutata, riletta, riarrangiata sempre meglio, ma pur sempre in movimento, quello che si dovrebbe obbligatoriamente intraprendere per lasciare un porto per un altro.
Donald Fagen – Morph the Cat – 2006 – EMI”.

Il vecchio marpione delle atmosfere pacatamente soffuse, degli arrangiamenti certosini, dei brani lunghi e avvolgenti, degli Steely Dan torna per chiudere quella che lui definisce una trilogia personale iniziata nel 1982 con il mitico “The Nightfly”, seguita nel 1993 da “Kamakiriad” e giunta ora a questo “Morph the Cat” che ho impiegato 3 anni abbondanti per metabolizzare, capire, e giungere alla conclusione che, pur non dicendo niente di nuovo perchè questo è il bello, lo fa in modo pregevolissimo. Come sempre un approccio dal punto di visto melodico semplice, con un tappeto armonico altresì complesso confortato da riff ritmici che si insinuano nel nostro cervello, insieme alla voce tagliente e a volte stridula di Donaldo supportato dai soliti intrecci vocali delle sue fantastiche coriste (dal punto di vista musicale...).

Gli Steely Dan sono presenti in ogni brano semplicemente perchè Donald Fagen è gli Steely Dan e qui, libero forse per la prima volta del supporto di Walter Becker, da una piccol(issim)a svolta alla sua musica, rendendola leggermente più moderna, più amabile, pur restando pacificamente nel sottofondo della nostra giornata, a casa o in macchina, con i suoi cento colori, i suoi mille suoni curati, da ascoltare sempre ad un buon volume per apprezzarne meglio le sfumature.
“Morph the Cat” (il gatto Morph) apre con un riff subito rappresentativo del Fagen che amo, con una chitarra ritmica che saluta un basso preciso, mente un Fender Rhodes gigioneggia, aprendo definitivamente una canzone visionaria. I cori dei ritornelli, insieme ai fiati che li precedono, li accompagnano e li seguono, sono di un incanto notevole, così come le melodie che si rincorrono precise. Ottima chitarra solo che mi dicono essere suonata da tal Jon Herington, seguita da un altrettanto pregevole sax solo (Walt Waiskpopf) che chiude.
Segue “H Gang” che mi rimanda ai suoni di Aja con un piano che appoggia delicato ed una chitarra dal suono aggressivo che introduce una voce decisa che canta di cose incomprensibile, giri di parole per dire chissà che, raccontare forse null'altro che di musica.

“What I do” è invece un immaginario dialogo con il mitico Ray Charles a cui Fagen pone una serie di questioni e lui, l'uomo del soul, risponde che tutto è riconducibile a “quello che fai”, e chiude lanciando(mi) un messaggio “He says “Don don't despair just take some time You find your bad self, you're gonna do just fine” - “It's what I do”. Inutile dire che il brano gioca un po' con il R&B tanto caro a “the Genius”, e mi piace non poco.

“Brite nitegown”, “The Great Pagoda of Funn”, “Security Joan” portano al loro interno tutta la reminescenza del passato, ma si fanno ascoltare con grande piacere, regalandoci perle di musicalità non sempre facile da trovare nelle produzioni odierne come il solo di organo Hammond di Fagen o i fiati che sanno sempre come armonizzare (forse perchè ben diretti) in qualunque situazione.
“The Night Belongs To Mona” è un insieme di dolcezza ed aggressività musicale che, con la classica precisione degli Steely Dan, ti scuote con incredibile pacatezza, in un controsenso di sensazioni. Forse l'apice del disco, mentre le note di “Black Cow” (“Aja” 1977) mi risuonano nella testa.

Chiude (eccezion fatta per una reprise della title track versione strumentale) “Mary shut the garden door”, che si porta in grembo un messaggio di sconfitta (“This ballad is for lovers with something left to lose”), di un'America che forse ha perso una battaglia difficile. Considerando che il disco viene sì commercializzato nel 2004-2005, dobbiamo intendere certamente il 2001 come fase di scrittura dei testi; da quest'ultimo brano si evince infatti un testo evocativo dell'11 settembre: “They came in under the radar when our backs were turned around”.

Un disco che definirei (voglio sbilanciarmi) da 4 stelle su 5, 6 su 7 insomma: da avere!
La musica di Fagen non è “trita e ritrita” ma attuale, fa parte della mia vita, dei miei ricordi e qui, ancora una volta è statica e dinamica al contempo, con brani nuovi che suonano come un continuum dal passato, per farci capire che noi siamo noi qualunque cosa facciamo, ovunque siamo, e ci portiamo dentro le nostre storie e non importa cosa faremo, noi saremo sempre noi.

Buon ascolto.

Dr. Blues
 
29/03/2010
 
E tu, cosa ne pensi? Scrivi al Dr.Blues
 
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