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Vino, Vidi, Veci
a cura di Dr.Blues
Alpini - Bergamo251esimo editoriale della gestione Dr.Blues. 251 articoli pieni di arrosto e di fumo, di trovate a volte ironiche o sarcastiche oppure sciocche, acide, disilluse che si scontrano con visioni ottimistiche e felici delle vita e...
Si, forse non si possono iniziare così tutti gli editoriali ma, restando in tema di numeri, quest'anno nella mia città si è tenuta l'83esima adunata nazionale degli Alpini e questo è un fatto di costume e di tradizione molto rilevante, soprattutto se si pensa che in un capoluogo di provincia di circa 100mila abitanti si sono riversati avvolti dal tricolore e sotto il (mistico) cappello dalla penna di corvo, d'aquila o d'oca (a seconda del grado) circa 500mila Alpini (e mogli e fidanzate e figli e parenti vari...). Una vera invasione. Fortunatamente non trattasi di locuste...

Non tutti sanno che questo corpo dell'Esercito Italiano dall'evidente sapore nordico, venne costituito a Napoli nel 1872 con uomini provenienti dalle valli del Cadore, del Trentino e del Friuli. Quantomeno divertente, no?
Gli Alpini sono tutt'ora una specialità della fanteria ma soprattutto, sono un'organizzato reggimento di veterani pronti a prestare soccorso e portare aiuti in ogni dove in caso di gravi calamità naturali; tutto questo ben prima che venisse eseguito dalla Protezione Civile.
Ma soprattutto sono una massa di “reduci” pronti a ritrovarsi una volta all'anno per l'adunata nazionale piantando tende, parcheggiando camper, riversandosi in alberghi o da amici disponibili, per condividere valori, ideali, amicizia, fratellanza senza dimenticare pane/salame/formaggio e vino. Soprattutto il vino!

Il vino che da sempre scorre a fiumi nelle vene di questi uomini, torna a farla da padrone in giornate come queste, unica fonte di idratazione, elevato a nettare degli dei alpini consci che “in vino veritas”, ma anche che “il vino è buono” (…).
Così, dopo qualche ora dal loro arrivo, molti di loro già navigavano avvolti dentro una nuvoletta etilica ancora capaci di gestire i loro movimenti ma “allegri” e su di giri, mentre il sabato sera l'apice del tasso alcolico che, per tacito accordo, non è stato mai verificato, deve aver raggiunto valori impensabili...

Alpini con cappello in ogni luogo; passeggianti, ridenti, curiosanti, domandanti ma sempre e comunque Alpini (anche se “allegrotti”), quindi autorizzati ad essere così coloriti (sulle guance?) e vivaci.
Il passaggio dello stormo delle Frecce tricolori nella giornata finale dell'adunata ha sancito l'istituzionalità del corpo dei veterani sfilanti nelle loro camicie a quadrotti, con i loro stemmi caratteristici, i gonfaloni, le fanfare ed il rispetto per il tricolore.
Perchè pur essendo prevalentemente nordici (e potenzialmente di idee leghiste), il corpo degli Alpini sfila perennemente sotto il tricolore, il verde/bianco/rosso che ha invaso letteralmente la città (come mai, nemmeno in occasione dei fottutissimi campionati di calcio vinti).
Bello vedere per una volta la mia città scoprire la bandiera d'Italia, appenderla in qualunque posto, ostentarla come fosse normalissimo farlo e chiudere il centro per davvero, dando spazio ai ristoratori di mettere sedie e tavoli in mezzo alle strade, agli ambulanti (qui sempre autorizzati...) di piazzare bancarelle di ogni cosa in moltissimi angoli e, non meno importante, vedere anche la gente comune passeggiare curiosa, allegra, in condivisione di un momento di gioia/gaudio/tripudio.
Si. Bello.

Perchè non farlo anche l'anno prossimo organizzando un mega raduno di “harleisti” e di blues con moto modificate in ogni angolo della città e band di musicanti blues (e jazz) a farla da padroni, come se fossimo a Chicago... eehh...

Jeff Buckley – GraceE con un volo pindarico dei miei eccomi volare dal vino alpino al “vino di lillà” (Lilac Wine), e segnalare (oltre alla polenta e formaggio) il “dis-consiglio” di oggi: “Jeff Buckley – Grace – 1994 – Columbia”.

Jeff figlio di Tim cantante folk e sperimentatore della sua voce particolare (ascoltatevi “Starsailor”, 1971); Jeff che non attinge dal repertorio paterno ma crea o meglio, interpreta come illuminato da una luce superiore, una decina di canzoni che saranno anche il suo testamento. Jeff che se ne va per sempre a 30 anni, annegando in un affluente del Mississippi nei pressi di Memphis. Sobrio, senza droghe in corpo. Era solo il suo momento.

Un disco che è un concentrato di brividi che arrivano in principal modo dalla sua voce, dai suoi falsetti, dalle sue urla lancinanti, dall'intensità delle sue interpretazioni e dai suoi testi che parlano di amore e di morte; morte non agognata ma attesa con consapevolezza. Morte che arriva, inesorabile, non prima di averlo fatto cantare per noi.

“Grace”, la traccia omonima è un capolavoro che si apre con "C’è la luna che chiede di restare abbastanza a lungo perchè le nuvole mi portino via, sento che la mia ora sta arrivando ma io non ho paura, non ho paura di morire” con la voce che sale di intensità mentre, parlando con la sua compagna rattristata dal fatto che lui dovrà morire, arriva al punto di confidarle “"I believe my time has come", non posso farci nulla e, mentre la musica diventa ossessiva, la tensione si fa sempre più pesante, la voce ricompare metallica, torna ad urlare come da lontano e che Jeff ci spiega il perchè di tanta sofferenza: "I’m not afraid to go/ but it goes so slow".
Lui sa che dovrà andarsene, è li in attesa come un condannato nel braccio della morte ma non sa quando tutto questo succederà; sa solamente che accadrà ed il tempo sembra quasi non passare mai, aspettando come sui carboni ardenti, a fuoco lento (“wait in the fire”).
Questa canzone mi mette i brividi quando la sento e so che lui è morto forse conscio di aver detto tutto (lo si evince un po' dai suoi testi), ma che probabilmente avrebbe potuto darci ancora qualcosa...

L'altra perla di questo disco disseminato di diamanti grezzi e taglienti, è sicuramente “Hallelujah” di Leonard Cohen, cover ma reintepretazione allo stato puro, forse (decisamente) migliore dell'originale. Una canzone o meglio una poesia, che potrebbe essere quasi ad uso esclusivo delle funzioni religiose diventa una preghiera piena di sofferenza scandita dalla voce di Jeff che entra sotto la pelle e non se ne va, nemmeno dopo giorni, settimane, mesi, anni....
Ma la mia preferita è “So real” dove Buckley a metà canzone ci regala un sofferto susseguirsi di “So real” fino a che, dopo di una serie di suoni grezzi, inaciditi, cattivi che staccano decisamente dal momento precendente ecco la la frase che ti uccide: “ti amo, ma ho paura di amarti”; e via con un'altra sequela di “so real” da accapponare la pelle già peraltro accapponata da “Mojo Pin”, la traccia di apertura...

Non c'è un momento “che non va” in questo disco. Se non bastano le parole, arriva la musica ad essere coinvolgente e, se nemmeno questa pare all'altezza, ecco la voce di Jeff prenderci e scuoterci come poche altre volte accade.
Non importa se non si capiscono i testi in inglese perchè tanto il web è pieno di pagine di fan traduttori; ma in primo luogo quello che bisogna fare e lasciar entrare la sua voce dentro di noi. E' una lama si, è pericolosamente tagliente, è paurosamente coinvolgente; è forse unica.
Un disco da avere.

Dr. Blues
 
10/05/2010
 
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Jeff Buckley - Grace
Jeff Buckley - So Real & Last Goodbye (Live)
Jeff Buckley - Hallelujah (Live in Chicago 1995)
 
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