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E'
finito il campionato di calcio più bello del mondo (…).
Ha vinto l'Internazionale di Milano che, più internazionale
di così, si muore. Attualmente infatti, nell'organico del prestigioso
club lombardo risultano tesserati solamente 7 giocatori italiani su
37 che obbligano, di fatto, il Commissario Tecnico della Nazionale
di calcio (Claudio Lippi da Livorno...) a riconvocare i Campioni di
Germania 2006, acciacchi compresi.
Anche nel calcio vige da un po' di tempo ormai la legge dello straniero,
del giocatore proveniente da altri Paesi, acquistati a volte a basso
costo altre litigato a suon di dollaroni con altri club.
Se infatti nel mondo del lavoro a volte lo “straniero”
viene guardato con sospetto, come “ladro” di posti di
lavoro di “diritto” del nativo, nel mondo dello sport
invece può trasformarsi in idolo assoluto, anche se potenzialmente
uguale in tutto al nostro vicino che cuoce cibarie puzzolenti a finestre
aperte 24 ore su 24, manco fosse un self-service.
Anche religiosamente si osservano comportamenti completamente opposti;
se da un lato infatti viene visto con rispetto il periodo
di digiuno dei calciatori musulmani, lo stesso non si può
dire per gli stessi muslim che lavorano nelle fabbriche italiane che
così facendo rallentano (apparentemente) la produttività,
danneggiano (potenzialmente) il risultato finale, minano (pare) gli
equilibri all'interno dell'azienda.
Com'è strano il mondo. Pronti a mettere le mani in faccia a
qualcuno per difendere l'onore del proprio attacante della Sierra
Leone ed altresì iperreattivi nello sputare in faccia al negro
usurpatore del Senegal.
Com'è vigliacco il mondo.
Un mondo che si rovina sempre più con le sue stesse mani. Un
mondo inteso come “uomo”, attore di nefandezze incredibili
come l'estrazione indiscriminata, irresponsabile e rischiosa di greggio
con rischi elevatissimi per tutto l'ecosistema, da aree dal patrimonio
unico.
Certo che sto parlando del Golfo del Mexico e dei 70.000 barili di
gregio che ogni giorno ogni giorno ognio giorno si riversano in mare.
Ma lo sapete a quanti litri corrispondono 70.000 barili di greggio?
Semplice: 1.120.000 litri al giorno, cioè circa 450 metri cubi
di greggio che ogni ora fuoriescono da quella perdita maledetta; sono
solo un decimo delle famosissime cascate
del Serio certo, ma forse non riusciamo nemmeno ad immaginare
che cosa voglia dire tanta merda che esce da un pozzo rotto.
Mi si contesterà il fatto che ne abbiamo bisogno, che non si
può vivere senza petrolio, senza energia nucleare, che è
troppo facile riempirsi la bocca di parole come riciclaggio, sfruttamento
delle “forze della natura”, di rispetto ambientale se
poi uso una vettura diesel Euro 3, mi asciugo la folta chioma con
l'ausilio di 3 asciugacapelli di avanzata tecnologia tedesca da 1250W
cadauno e sbuccio le cipolle con un marchingergno francese da 900W/cipolla,
e chissà cos'altro faccio di male.
Riconosco il fatto che avremo ancora bisogno del petrolio per moltissimi
anni, forse più di quelli che vorremmo, ma non mi piace leggere,
vedere, scoprire danni irreparabili per aree vastissime di territorio
dovuto principalmente allo sfruttamento di certe aree da parte di
pochi.
E allora vorrei vedere riconosciuto l'impegno dei molti che si battono
in difesa di tutto questo, sentire che si parla di impoverimento culturale
indiscriminato della popolazione (vedasi Nigeria) o ancora dell'armare
alcune fazioni di guerriglieri, piuttosto che governi amici in nome
delle esigenze di tutti. Il Petrolio... una marea nera di morte e
denaro che ci tiene chiusi gli occhi su tantissimi “falli da
rigore” che poi andremo a definire come “sviste”
in buona fede. Già.
Così,
con un salto funambolico dei miei, eccomi piroettare dal petrolio
del Golfo del Mexico ('70?) fino all'Inter del presidente Morinho
Moratti, neo campione d'Italia (Tim Cup - Coppa Italia Tronchetti
Provera) e neo campione d'Italia (campionato 2009-2010 Tim Tronchetti
Provera), e da questo COLOSSALE disastro ecologico (l'Inter?), volare
indietro direttamente fino al 1956, quando un saxofonista scuro come
il petrolio registrò un disco che lo avrebbe di fatto posto
tra i COLOSSI del Jazz: “Sonny
Rollins – Saxophone Colosuss – 1956 – Prestige
rec.”.
Rollins ha 26 anni quando entra in studio con Tommy Flanagan (piano),
Doug Watkins (basso) e Max Roach (batteria) e ci regala quello che
tutt'ora resta il suo album più acclamato, apertore di una
via differente, in contrapposizione forse all'amico Coltrane, Sonny
è qui improvvisatore di melodie comprensibili, quasi ballabili,
parole di un discorso leggibile, chiaro e ben sciorinato.
Poi muore “Trane”, e Rollins cambia registro, diventa
anch'esso un funambolo e, come dice Miles Davis nella sua autobiografia,
“Sonny stava andando per una strada che nessuno stava percorrendo,
ma non proseguì. Resta uno dei migliori con cui abbia suonato,
ma avrebbe potuto fare ancora meglio” (il succo del Davis pensiero).
In questo disco troviamo 5 perle di ottima fattura, partendo da “St.
Thomas”, un calypso dove, all'ottimo suonare di Rollins, ecco
anche un Max Roach in ottima forma sperimentare assoli su un tempo
apparentemente inusuale per l'epoca. E poi Rollins che riprende ad
emettere note su note sempre con un senso compiuto nel suo fluire
impetuoso. “You don't know what love is” è
uno standard di Gene de Paul in cui Sonny riversa il suo suono avvolgente,
caldo, la sua lirica piena di contrappunti, il suo cullarci morbido,
prendersi quasi 5 minuti sui 6 del brano per dirci tante cose, molte
delle quali estremamente piacevoli ancora oggi.
“Strode
Rode” dedicata a Freddie Webster, è un brano che vede
qualcosa che verrà poi riproposto in seguito da Rollins: l'improvvisazione
giocata solo con contrabbasso e batteria. La capacità di Watkins
di dare corpo al vuoto per sorreggere il tenore che improvvisa è
elevata e Rollins ci mette del suo, con un solo lineare, preciso,
dentro le righe ma pieno di blues.
“Moritat”
meglio conosciuta com “Make the knife”, dall'originale
di Kurt Weill e Bertold Brecht "Die Moritat von Mackie Messer",
ci regala un Sonny sornione, ammiccante, e me lo immagino ballare
su questo tema noto che mi fa tornare in mente pure Raimondo Vianello
ed il teatro “impegnato” in tutina nera, intermezzo semi-serio
all'interno di uno dei suoi programmi (con Sandra) sulla TV di stato
degli anni che furono.
Chiude “Blue seven”, un blues suonato in modo anomalo,
differente, inaspettato ai più, diventato famoso anche per
un trattato/studio di Gunther Schuller intitolato "Sonny Rollins
and the Challenge of Thematic Improvisation" e che pone Rollins
come nuo studioso di chissà quale risma ma solo perchè
egli sfrutta il tema senza per forza di cose inondarci di note una
dietro l'altra che vanno inesorabilmente ad essere dimenticate in
fretta come sono arrivate a noi.
Rollins è solo questo: un “cantante” del sax, uno
che inventa melodie con estrema facilità, che costruisce disegni
melodici di facile comprensione (fino ad un certo punto della sua
carriera in modo molto evidente), e che spiazza l'ascoltatore medio,
abituato al fiume in piena, all'esibizione, al virtuosismo fine a
se stesso.
In questo brano anche Max Roach ci fa dono din un solo fantastico
perchè usa in modo nuovo (per il periodo) le terzine, cosa
che poi viene suggellata da Sonny quando riprende a suonare.
Che colossi...
Passiamo oltre per ora al calcio o al petrolio, ed ascoltiamo questo
masterpiece.
Buon ascolto.