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XM
Salite
durissime, discese impervie; curve insidiose, pianure infinite affrontate
a testa bassa, sbuffando come vecchie locomotive a vapore. La ricerca
del proprio limite tra ali di folla urlante, mentre qualcuno lancia
schizzi di acqua fresca anche se intorno c'è una muraglia di
neve immacolata. “Eroi moderni” si dice di loro; atleti
che mettono le loro ruote su terreni a volte dimenticati come lo sterrato,
l'acciotolato, il pavè, solo per farci appassionare, esclusivamente
per darci soddisfazione...
Poi scopri che hanno ingaggi da milioni di euro, e allora correresti
anche tu a piedi nudi sui carboni ardenti...
E successivamente viene a galla che sperimentano (su di loro) ogni
genere di farmaco dalle qualità inconcepibili ai più,
alcuni dei quali permettono un recupero fisico quasi immediato, altri
aumentano ossigenazione, muscolatura, potenza, ecc.
E allora?
Oggi siamo qui a dire “Sul Mortirolo hai visto “xxx”
che grande? E' tornato quello di 3 anni fa” (prima della squalifica
per doping – n.d.r.).
E' talmente alto e persistente il sospetto (la certezza?) che questi
sportivi professionisti abusino di sostanze “stupefacenti”
(infatti tendono a stupirci tutte le volte!), che le cosiddette “imprese
da legenda” corrono sempre il rischio di un ridimensionamento
dopo qualche settimana solamente, quando qualche laboratorio scopre
una “positività” presunta che poi, quasi regolarmente
viene confermata. E che tristezza...
La delusione poi si accentua quando i “nostri eroi” negano
l'evidenza, ostentano la “pulizia”, recriminano un'eventuale
accanimento contro di loro, loro che vincono... già.
Ogni anno sempre peggio, ma è anche una cosa logica.
Siediti e pensaci un momento: sei di fatto un ciclista che da ragazzino
è sempre andato bene che entra piano piano in un mondo che
E' fatto di doping da SEMPRE e cosa fai?
I tuoi vecchi compagni, che tra l'altro hai sempre surclassato, ti
“danno la paga”, ti scattano in faccia, si accaparrano
contratti biennali con grandi squadre mentre tu fatichi a fare la
stagione e, quando ci riesci, devi fare il gregario al Giro d'Italia;
tre ipotetiche settimane andando avanti ed indietro per il gruppo
recuperando “cibarie”, mantenendo alta la velocità
in salita per non far scattare “tizio” o spingendo come
un ossesso in pianura per portare “caio” alla volata finale,
dando tutto te stesso; e poi essere ancora pronto e reattivo il giorno
dopo, e dopo ancora, ancora, ancora... per tre settimane...
E vedi, perchè li vedi, i tuoi “amici” che finiscono
una cronoscalata di 40 minuti (loro, perchè tu arrivi ma ti
prendi 15 minuti di distacco) che rilasciano interviste dove non dicono
nulla, ma lo fanno con estrema lucidità, senza interrompere
le frasi per la mancanza (naturale) del respiro. E tu sei ormai una
pigna secca che non ha più nemmeno un pinolo da donare, ed
il giorno successivo c'è da tirare per “sempronio”
che deve recuperare il suo ritardo in classifica, mentre la tua tosse
sta aumentando vistosamente e la capacità respiratoria ne risente
oltremodo. E cosa fai? Non chiedi “l'aiutino”??
E' il nostro mondo che da sempre chiede l'aiutino.
C'è un gioco televisivo con qualche domanda idiota, ed il telespettatore
cosa fa se non chiedere “l'aiutino”?
C'è un concorso con numero limitato di accessi e noi cosa facciamo
se non cercare qualcuno che ci possa dare “una spintarella”?
Dobbiamo sottoporci ad un intervento chirurgico ma non vogliamo attendere
i tempi della Sanità di Stato né tantomeno sborsare
un capitale per farlo privatamente? Cercheremo affannosamento la cugina
dell'amica della sorella del nostro vicino di casa (non della casa
attuale ma quella che abbiamo lasciato cinque anni fa) che ci farà
avere un appuntamento in tre o quattro giorni...
E nella musica non è da sempre così? L'aiuto farmacologico
dato dagli stupefacenti di ogni tipologia, eroina, LSD, marijuana
o hascish, da sempre iniettati o fumati dagli “eroi” del
rock piuttosto che del jazz ed a volte (ci tocca ammetterlo) hanno
dato anche dei frutti inattesi; pensate ad esempio all'insanità
mentale di Syd Barrett accentuata dall'uso improprio di LSD, o a certi
lavori dei Beatles in “viaggio” allucinato. Fantastici.
Poi arriviamo ad altri aiutini, nati per darci “una mano”
per fare sesso in casi che vanno dall'impotenza all'incapacità
di “durare” ore: il Viagra.
E scopri che i rocker (…) di oggi arrivano a chedere l'aiutino
al Viagra per “ciulare” invece di scegliere droghe “musicali”,
giustificandosi come “me le ha date il venditore ma io non sapevo....”
(Tokyo Hotel). Mamma mia...
L'aiutino... sapete cosa vi dico? Dopo tutto questo scrivere seduto
qui, in parte al mio caminetto ottocentesco, inaciditomi non poco,
mi prenderò un purgante per dare una “lavata” intestinale
e pensare poi a qualcosa d'altro, come al “dis-consiglio”
di oggi.
Era
il 2005 quando tre ragazzi londinesi abbastanza giovani e con un lustro
di esperienza, mettono alle stampe il loro primo disco: “Little
Barrie – Three Little Barrie – 2005 – PIAS rec.”
Barrie Cadogan voce e chitarra, Wayne Fullwood batteria e voce (controcanto)
e Lewis Wharton basso non inventano nulla anzi, chiedono un aiutino
al passato, quello del Soul, del R&B, del Funk; rilanciano il
sound della swingin' London e del LSD che viaggiava libera e, pur
essendo solo un trio, riescono a dare qualcosa. Il disco è
bello, davvero ascoltabile con piacere.
Il disco nasce dopo circa tre anni di concerti e ne contiene tutti
i sapori, gli odori; quel retrogusto di musica grezza, essenziale,
senza moltissime sovraincisioni, suonata per la maggiore in diretta
anche in studio. Non ci sono grandi assoli di chitarra ma piuttosto
riff ossessivi di voci che si intrecciano piacevolmente.
La voce di Barrie è “piccola”, apperentemente delicata
ed ogni tanto il missaggio passa al distorto per donare quel colore
nero ad una canzone che lo necessita ed il risultato è veramente
buono.
Apre “Free Salute” che è un brano chiaramente di
derivazione Soul, con un inizio basso-chitarra che quasi ci fa ballare.
“Burned Out” gioca moltissimo su un unico accordo, molto
Blues, con le voci che si aiutano per dare colore ed arrivare ad una
specie di ritornello che ci trascina in un vortice, una spirale dal
sapore molto anni '70. “Greener Pastures” vede Barrie
giocare molto con una chitarra acustica e ci fa capire che lui una
sei corde la sa usare anche abbastanza bene.
Segue “Be the One”, dove il titolo viene ripetuto in modo
molto accattivante dalle due voci, su una ritmica un po' funk, molto
“america”...
Si passa anche attraverso un suond che richiama i gruppi dell'hard
rock anglosassone come i Led Zeppelin (“Well and Truly done”,
"Move On So Easy" e "Please Tell Me"), e la cosa
non mi dispiace certo.
Ecco cosa disse Barrie dopo aver registrato il disco: <When
we were doing the first album, we didn't have a record deal, so there
was no real pressure on us. We could make the album exactly how we
wanted to. The album was recorded on two live rooms with the idea
of catching the freshness of a live performance. Playing straight
into the amps, playing all the backing tracks live, and doing no more
than three takes>.
Infatti sembra che il loro disco successivo (a quanto mi è
dato sapere leggendo la critica inglese) sia qualcosa da dimenticare...
Quindi, con l'aiutino o no, eccovi un buon disco, magari utile per
pedalare su qualche remoto cavalcavia di provincia...