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Estival Jazz 2010
a cura di Dr.Blues
Pee Wee EllisE si, ogni tanto anche il Dr.Blues aka Bluso Blusi, si perde in strani giri e fatica a portare in redazione uno scritto forse decente, da pubblicare.
Complici impegni pregressi, concerti da ascoltare e dischi da catalogare, nonché “dis-consigli” da approfondire, non mi sono reso conto che il tempo, maledetto ed inesorabile come sempre, passava costante nonostante abbia dimenticato l'orologio sul comodino per giorni interi...
Per cancellare in fretta la peggior figura mondiale che la nostra compagine calciofila guidata da quel “sant'uomo” di Claudio Lippi (un comico...) ha fatto dal 1974 ad oggi, passando oltre la moltitudine di occhi sportivamente attenti ed inutilmente attendenti, accompagnato da migliaia di trombette assordanti utilizzate nei più svariati modi non tutti previsti dai regolamenti “vuvuzuelani” da me letti, mi sono lasciato il nostro futuro re alle spalle, ho varcato il confine di Stato, e sono stato in terra elvetica ad ascoltare un po' di musica.

C'è da sottolineare che mai come quest'anno la presenza di un megaschermo a poche decine di metri dalla Piazza alla Valle di Mendrisio, sede di una parte dei soliti concerti gratuiti proposti per l'Estival Jazz di Lugano, ha distolto potenziale pubblico ma ha reso, forse, più vivibile l'area della piazza stessa, permettendo agli astanti di ascoltare i musicanti presenti.
Bisogna ammettere che, Pee Wee Ellis a parte, mitico sax tenore del James Brown che fu, autore di quel “The Chicken” che ogni amante della fusion non può non conoscere, la serata del sabato non è stata memorabile come altre volte nel recente passato.

La musica di stampo africano prende sempre più piede in un contesto anni fa quasi ad uso esclusivo del jazz e, anche se a tratti piacevole, devo ammettere che trombe e sax dell'hard-bop che io amo in modo particolare, mi mancano sempre un po' di più.
I Novecento di “Movin' on”, brano popdance degli anni '90 sono tornati dall'oltretomba dopo anni di produzioni e di apparenti buoni progetti, accompagnati sul palco da personaggi del calibro di Brian Auger alle tastiere autore del brano “forte” del mitico Kubrick's movie “2001 – A Space Odyssey” ed organista di grande talento, Danny Gottlieb mitico batterista del Pat Metheny Group dalla seconda metà degli anni '70 fino all'arrivo dell'altro incredibile drummer Antonio Sanchez, a cui si aggiunge John Etheridge, già chitarrista con i Soft Machine. Manca il saxofonista americano Bob Mintzer (presente nel cartellone del festival ma assente senza apparente spiegazione) ma la formazione suona egualmente. La sensazione è quella del pressapochismo che aleggia sulla performance (purtroppo percepita non solo dal sottoscritto), a dispetto di un'improvvisazione pur buona ma troppo slegata nei suoi contenuti.

Di tutt'altra carica la band che ospitava Pee Wee Ellis e tributava la musica di James Brown e di Maceo Parker, quel funk che tanto ho imparato ad amare negli ultimi anni.
I colori del Sudafrica osteggiati dalle 3 attempate (ma bravissime) cantanti Zulu, le percussioni dal Senegal, il “cicciolo di zucca con corde di metallo” suonato da un Mandingo statuario (beh, era un Mandingo mica un Pigmeo!), bianchi e neri che si miscelavano tra stacchi complessi ma non complicatissimi, hanno dato una bella nota di colore alla serata. L'immancabile cantante da urletto (stile Brown, Parker o Prince) ed un rapper che sembrava un wrestler dalla cintola in su hanno farcito il tutto incitando il pubblico imbolsito dalla latitudine, a smuoversi, shakerare il proprio portapiume, muoversi... insomma, niente.
USA – Ghana riscuoteva più consensi di quelli che i 12 imbonitori del funk cercavano un po' vanamente di ottenere...

Certo che i tempi in cui Dizzy o Miles calcavano il suolo elvetico per regalare note di storia del Jazz (con la G maiuscola...) non torneranno mai più se non nei miei sogni. Un mondo che può rivivere grazie alla nostra fantasia ed alla loro musica immortale perchè registrata e tramandata ai posteri... un regno dei sogni...

Courtney Pine - “Within the Realms of your DreamsIl “dis-consiglio” di oggi è dedicato a “Courtney Pine - “Within the Realms of your Dreams – 1991 – Polygram”.
Pine, “Commander” dell'Impero Britannico è soprattutto un grandissimo saxofonista apparso pure in Svizzera nel lontano 1998, anno in cui mi appropinquai solo per la serata con il Michael Brecker Group (con Joey Calderazzo) e la band di Franco Ambrosetti e George Gruntz, perdendomi però personaggi del calibro di Phil Woods, Roy Haynes (con John Patitucci), Abdullah Ibrahim (già Dollar Brand), Regina Carter o ancora DeeDee Bridgewater... non si possono sempre vedere ed ascoltare tutti tutti...

Il disco, inciso con un trio di accompagnamento tutto americano (e prodotto da Delfeayo Marsalis...) che vedeva l'eclettico pianista di estrazione blues Kenny Kirkland (già “spalla” armonica di Branford Marsalis), il preciso contrabbassista Charnett Moffett ed il vulcanico drummer Jeff “Tain” Watts dare appoggio ad un band leader già comunque grande di suo.
In effetti nel 1991 Courtney lo si trova anche come special guest nell'album di Marsalis “The Beautyful Ones Are Not Yet Born”, come a suggellare una specie di “fratellanza” musicale. I due sono estremamente simili in quanto a buone idee riversate nell'etere e non finiscono mai di stupirmi anche dopo decine e decine di ascolti.

“Zaire” apre il disco con un movimento melodico ripetuto dai vari musicisti. Il soprano regge alla grande lo scambio di cortesie che i musicanti si fanno. L'assolo è (come sempre quando si parla di Pine) un fiume di note; ma quando dico fiume non intendo la Dora Riparia ma quantomeno un Thames (il Tamesis latino...il Tamigi!).
Kirkland si lascia trasportare (o trasporta esso stesso) viaggiando su altissimi livelli qualitativi!
L'alternarsi di brani molto agitati ad alcuni di fantastica tranquillità (“The Sepia Love Song”) dona all'album un incedere piacevole, pregno di grandi improvvisazioni dei quattro.
Dopo una “Donna Lee” di parkeriana velocità ecco arrivare un bellissimo hard bop blues (“Up Behind the Beat”) dove il pianismo polifonico di Kirkland (soprattutto nella fase di improvvisazione personale) svetta per il mio sommo piacere.
Procedendo nell'ascolto troviamo anche l'insolito duetto sax tenore-batteria (“A Raggamuffin & his Lance”) dove l'imperiosità del drumming di Watts fa da preciso contrappunto ad un altrettanto imperiale (comandante, appunto...) saxofonista.

Il disco si chiude con “A Slave's Tale”, dove ancora un soprano suadente ci accompagna, preciso, duro ma amichevole, oltre quel portone che ci condurrà forse al “Regno dei Sogni”, magari i sogni di un emigrante jamaicano che diventa un saxofonista così bravo da meritarsi, oltre a tanti premi ed onoreficienze, anche quella della Regina Elisabetta II...

Buon ascolto.

Dr. Blues
 
05/07/2010
 
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