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XM
Che
fortuna ragazzi miei. Ho avuto modo di guardare Studio Aperto qualche
giorno fa, il telegiornale di “noi giuovani”, quello che
tutti noi ammiriamo (anche se non lo diciamo in giro!); e se non lo
possiamo vedere, lo registriamo!! Da Lucignolo con la sua fantastica
musica (l'avrà scritta Brachino??) alla Parodi con il suo “Stracotto
e maggnato” con libro annesso; dai giuornalisti protesi verso
l'ignoto agli scoop inesistenti.
E' così. E' il telegiornale più visto nei ristoranti
a “pranzo di lavoro 10€” che ne sa sempre una più
del diavolo, tra l'intervista di rito al Premier sulla finanziaria
“più migliore” del mondo e le notizie clou della
giornata (“Il Paul”ipo” Paul ha dato il suo verdetto”,
“Belen ha baciato un altro calciatore”), non si poteva
certo tralasciare l'arrivo di un periodo estremamente caldo, torrido,
dell'afa (che fa) e dei consigli annessi (e connessi) per sopravvivere
a tutto questo. Intervista al “salutologo” di turno compresa.
Ma è la musica che deve vincere e deve spadroneggiare questo
periodo caldo meteorologicamente parlando, ma caldo anche sotto l'aspetto
politico. Il nostro monarca ha optato per l'ennesimo voto di fiducia
(e sono 33 mi dicono) per l'approvazione della finanziaria che “taglia
e non-taglia”, e lo sciopero dei giornalisti sulla “Legge
bavaglio” è sicuramente una bella mappazza da sopportare. La
musica invece viaggia su canali alternativi, soprattutto se non si
da troppo retta a testi poetici estremisti, prese di posizione di
cantautorucoli di bassa lega, festival monotematici e orridi suoni
provenienti da squallidi centri sociali autogestiti. E così
ti può capitare di ascoltare live i vecchi LEVEL42
di Mark King che picchiano dell'ottimo funk con un'accoppiata basso/batteria
davvero degna di nota ancora oggi.
Anzi, oggi forse ancora di più di ieri visto il ritrovato smalto
di uno dei più funambolici bassisti apparsi sulla scena musicale
degli ultimi 30 anni.
Dall'Isola di Wight (sua terra natìa) al mondo del Pop e del
Funk, non esiste (forse) un altro musicista che possa cantare così,
completamente svinicolato dal suo suonare pulsivo (fatto tutto di
16esimi e 32esimi!), slappare con estrema precisione (ripeto: basso
e batteria erano un tutt'uno su scambi a volte veramente articolati!)
e masticare con sobrietà (ma con evidenza) un chewing-gum...
Grande King, grande Re del basso Pop.
Lugano mi ha regalato certamente un pomeriggio caldo affacciato su
un lago blu brillante da un lato, ed un sorriso piacevole stampato
sul mio volto attento di spettatore sia (o soprattutto) per l'accoppiata
vincente Bill Evans (il saxofonista) con Robben Ford (uno dei migliori
chitarristi che circolino in ambito blues-jazz) ed anche per il ritorno
dei Level 42.
Anche se le viuzze strette e ripide della cittadina elvetica non favorirebbero
il passeggiare garrulo, il lungolago ed il curatissimo parco Ciani
con i suoi prati ombreggiati e tranquillamente vissuti da un'eterogeneità
di personaggi alternativi, sanno accogliere il turista (musicale)
medio, favorendone la rilassatezza e la riappacificazione con il mondo
(italico) apparentemente distante anni luce. E non è un eufemismo.
Mi sarebbe piaciuto fermarmi li, dove per un po' di pizza al trancio
ed una coca spendi ancora meno che nella ridente e padana Bergamo
Alta, alla quale mancano però perlomeno il Lago ed una miscellanea
di europeicità che (nonostante l'extracomunitarietà
lulganese) si respira in ogni dove. Si; mi sarebbe piaciuto dire:
“Io sono qui, e qui ci resto”, immerso nella chiusura
del centro al traffico veicolare, con la musica in Piazza della Riforma
fino alle due e mezza della mattina e forse oltre (io a quell'ora
ho mollato l'osso...), con i suoi colori mittel europei, la possibilità
di prendere la vita forse da un altro punto di vista, lasciarsi alle
spalle il nostro Paese, il nostro governo...
Il
“dis-consiglio” di oggi è dedicato a “Freddie
Hubbard – Here to Stay – 1962 – Blue Note”.
A dirla tutta, questa sessione di registrazione che vede un bravissimo
e giovanissimo Hubbard alla tromba (24 anni), un ricercatore delle
sonorità nuove come Wayne Shorter al sax, accompagnati da Cedar
Walton al piano, Reggie Workman e dall'indissolubile Philly “Joe”
Jones alla batteria, è rimasta negli archivi impolverati della
Blue Note fino al 1979 per essere pubblicata in un doppio vinile che
comprendeva anche un altro lavoro di Hubbard (“Hub Cab”);
ma è solo nel 1989 che viene messa in commercio come disco
singolo, a peritura memoria di quella serata in studio del 27 dicembre
1962. Cose che capitano. Pensate a quanto materiale inedito ci sarà
negli archivi delle case discografiche mondiali... Oh My God!!!
In questi anni, tanto per dirla tutta, sono stati rimasterizzati e
rimessi in circolazione sotto la dicitura “The Rudy Van Gelder
Edition” (mitico sound engineer del jazz dagli anni 50 in poi...),
tutta una serie impressionante di album davvero incredibili, a volte
inediti altre dimenticati, tra cui certamente questo.
Hubbard e Shorter, che andranno a formare un'ottima coppia di voci
del jazz che conta, ci regalano qui una serie di emozioni di breve
durata (il tempo di un vinile) ma di un'intensità davvero forte.
“Philly Mignon” apre il disco, con un tema composto da
Hubbard su cui l'innata fantasia del funambolico drummer può
divertire davvero l'ascoltatore sia durante i soli dei musicisti,
sia nella sua solitaria destrezza e semplicissima chiamata al “rientro”
della band, tanto chiara ed evidente fors'anche all'orecchio di un
profano.
“Father and Son”, "Body and Soul",
"Nostrand and Fulton"(di Hubbard ancora), "Full Moon
and Empty Arms" ( da un'idea presa a Rachmaninoff) si susseguono
con varie soluzioni ritmiche (fast, latin, slow, waltz) ma è
con "Assunta" che si raggiunge forse l'apice del disco (sfiorato
con una versione di “Body and Soul” davvero emozionante).
L'hard-bop sta prendendo il sopravvento, ed il tema che viene realizzato
dalle due voci, intrecciato con sapienza nella differenza di notazione,
apre alla fluente improvvisazione di uno Shorter forse ancora un po'
troppo coltraniano, seguito a ruota da un Hubbard già davvero
mostruoso. Gli accordi appoggiati da Walton al piano con isterismo
controllato, danno corpo al beat di Jones ed ai suoi appoggi spostati
mentre Hubbard contrappunta con la sapienza di un genio, sciorinando
note che volteggiano davvero sul filo del rasoio dell'improvvisazione.
Walton, già spalla di John Coltrane in quel fantastico disco
che è “Giant Steps”, non si risparmia certo e dopo
un assolo lucido, riapre la porta alla tromba leggermente più
irrequieta di Freddie Hubbard.
Il ritmare di Jones sale di corpo, la dinamica aumenta, l'intensità
avvertita cresce ed ecco rientrare il tema, ancora l'intreccio di
sax e tromba, mentre il pulsare del contrabbasso di Reggie Workman
(con Coltrane per “Impressions” ed ancora con Shorter
per i bellissimi “JuJu” ed “Adam's Apple”)
che aveva aperto il brano in solitaria con una scala dal ritmo incrementale,
lo va a chiudere, come a sancire l'importanza del contrabbasso nel
jazz; fondamentale, unico, preciso, pulito, basamento su cui poggiano
gli assoli degli altri musici...