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La
“movida”. Questo termine sta prendendo sempre più
possesso delle bocche storte ma rifatte dei nostri governanti locali
al punto di fare l'impossibile o quasi per far smuovere le chiappette
ormai atrofizzate dei propri concittadini; per coinvolgere esercenti,
commercianti, ambulanti (anche abusivi) in una specie di babilonia,
in cui l'unica torre presente è un campanile perfettamente
perpendicolare al terreno. “Movida”. In effetti il
termine è di ben più ampio respiro e parte da un movimento
culturale, sociale ed artistico che ha origine nella capitale degli
attuali campioni del mondo di calcio, Madrid; e non prevede solo “musica
a palla” ed “alcool a fiumi”, ma arte in genere.
Dal cinema alla poesia, dalla musica di gruppi “indie”
alla pittura, per sancire una libertà (post dittatura) riconquistata.
Un movimento culturale di sinistra che prende piede poi in tutta la
Spagna. Qualcosa che è diventato solo in seguito sinonimo di
animazione, festa, vita nottura in una chiave di lettura estremamente
“latina”.
Da noi “movida” cosa vuol dire? Essenzialmente chiudere
un'occhio sulle vigenti leggi locali e permettere alla musica “TunZTunZTunZ”
di viaggiare nell'etere a volumi allucinanti; spandere alcool come
se fosse la panacea di tutti i mali e non uno dei mali assoluti, una
produzione immensa di rifiuti a spese della collettività a
fronte dell'abuso di pochi.
Si, anche io mi trovavo nel centro della mia città per questa
serata di neo-movida nordica. Chiusura al traffico dalle 19.30 ora
di Zurigo (la stessa di qui...) per permettere ad un manipolo di ballerini
degni solamente di fare le pulizie negli studi di “Amici”,
di urlare (saltando sul posto) come sciamannati. Bello. Intrigante.
Un “successo”, secondo qualcuno.
Ma l'idea, se pur sotto certi versi apprezzabile se subordinata alla
rinascita potenziale di un centro architettonicamente moderno ma moribondo,
prende forma a discapito di un centro medioevale di pregevole fattura
dotato di un certo vigore tutto suo in ogni serata settimanale. E
quindi?
Se poi consideriamo che gran parte del centro moderno (accesso ad
alcuni grandi parking compreso) è al momento attuale un cantiere
aperto quindi soggetto ad una viabilità praticamente obbligata,
facciamo tutti uno più uno, ed arriviamo sobriamente a due!
Olè, abbiamo avuto il traffico auto da “movida”...
Come dicevo sopra, mi trovavo anche io nel cuore del centro “moderno”
della mia cittadina per un appuntamento che ricorre ogni sera d'estate
da alcuni decenni: la rassegna del cinema all'aperto.
Nel cortile della maggiore biblioteca presente nella parte moderna
della città, prende corpo una rassegna di film d'autore e non
(…) senza tutti quegli agi previsti dai mistici multisala (aria
condizionata e morbidi scranni in vellutino rosso) ma soprattutto,
senza popcorn e patatine fritte!
Appoggiato il portapiume su una fantascientifica sediola in plastica
che ha conosciuto un periodo cromatico certamente migliore, spalla
contro spalla al nostro amabile vicino quanto ad un potenziale fetente
sudorifero putrescente, mi rilasso intento in uno degli istinti naturali
genetici più forti: la suzione.
Il ghiacciolo (l'anice spadroneggia nel mondo della cinematografia
alternativa), invenzione moderna degna di un Nobel per la Pace (dei
sensi?) prende possesso di me e delle mie fauci rinsecchite in quel
brioso momento che va dalla consapevolezza dell'attesa della proiezione
all'attesa stessa. Bel momento, soprattutto se non ti sbrodoli...
Ma un'eco incomincia ad impadronirsi dello spazio a noi riservato;
un'eco musicale esterna...
Ridendo e scherzando ho optato per il film francese “Il
Concerto”. Ovviamente la storia verte intorno ad un concerto
che un manipolo di grandi musicisti ex dissidenti dell'ex Unione Sovietica
terrà a Parigi: il “Concerto per violino ed orchestra
in Re maggiore - opera n. 35” di Pëtr Il'ic Cajkovskij,
meglio conosciuto da noi come Ciajkovskij (o Ciaocoski).
Ok, ora immaginate il contesto in cui fa capolino una storia triste
e bella, incuneata tra violini, viole, violoncelli, legni, ed ottoni,
con molti dialoghi simpatici e soprattutto buoni sentimenti.
E si fa largo intorno a noi il “TunZTunZTunZ” della movida...
ecco.
No; non si fa così...
Il
“dis-consiglio” di oggi non sarà dedicato a Ciajkovskij
o al disturbo impercettibile e non che la musica da “rave”
ha creato, ma come sempre, un qualche nesso lo si trova: “Medeski,
Martin & Wood – Uninvisible- Blue Note – 2002”.
Se Medeski non è Ciajkovskij così come la musica TunZ
non è certo Uninvisible, una certa assonanza sonora simpaticamente
c'è.
Il trio MMW (così acronomizzato da loro stessi) vede la presenza
di un organo Hammond (Medeski), una batteria (Martin) ed un basso
(Wood) a cui si possono aggiungere (occasionalmente) altri musicanti,
di cui uno degno di nota in questi anni è sicuramente John
Scoffield. Questo è quanto.
Il sound dei tre newyorkesi è un vero mix di funk, acidjazz,
soul rock ed i suoni, ora caldi e ben definiti, sono parte integrante
del disco in oggetto grazie alle tastiere analogiche di John Medeski
sempre “grasse” al punto giusto (classica definizione
da organo Hammond), ad una batteria di Billy Martin precisa, secca
ed imperiale come poche ed ai bassi di Chris Wood che cambiano faccia,
suono e tipo a seconda del brano, passando dal basso acustico a quello
elettrico, multieffettato e no.
Il disco è bello, piacevole. I tre ci sanno fare soprattutto
Live, ma anche in studio c'è una bella ricerca delle improvvisazioni
forse limitata dai tempi ristretti dei format attuali ma non certo
scarsa e, soprattutto, mai scadente.
Qualche fiato qua e la impreziosisce il tutto molto più che
qualche scretch gratuito ma senza i quali molti non procedono ormai
più, mentre un DJ sicuramente nero, ci regala qualche nota
grave a completamento di una bella canzone (o traccia).
Beh, “movida” o no, birra, sangria o la tipica “paella”
della Valtellina a parte, ecco un buon disco.
Buon ascolto.