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Oggi
l'editoriale prende spunto da una discussione avuta in questi giorni
con un appassionato lettore degli scritti del Dr.Blues. Lo spunto
ci è stato “donato” da una recensione scritta qualche
tempo fa da Maria Teresa Rachetta per “Le
pietre miliari di OndaRock” che, non sappiamo quando, scriveva
così a proposito di un fantastico disco:
“La prima volta che si ascolta un disco storicamente rilevante
lo si riconosce subito come tale. Bastano poche misure per ritrovare
alla stato puro quello che, contaminato da buone dosi di incroci,
abbiamo amato in dischi successivi, oppure quei suoni e quelle idee
che abbiamo in testa, ma proprio non ci ricordiamo dove li abbiamo
sentiti, e vogliamo ritrovare a tutti i costi. I dischi rilevanti
non si scoprono, si reincontrano. E "Superfly" (di Curtis
Mayfield, “dis-consiglio” di oggi – n.d.r.) è
un disco straordinariamente rilevante”.
Il fido lettore, che chiameremo con un nome di fantasia come ROMArio,
dice di essere completamente in sintonia con la scrivente e si spinge
oltre domandandomi: “Mi piace la musica, ed anche se non suono nessuno strumento
(ahimè!!!) faccio fatica a stare senza ascoltare musica e,
piuttosto che niente, canticchio io! Ed a furia di ascoltarla ho imparato
ad apprezzarla, evirarando le radio e seguendo i “disconsigli”
degli amici.
Ieri facevo una riflessione ascoltando i Led Zeppelin: quand'è
che una canzone, un album oppure un gruppo smettono di essere o fare
soltanto musica che ci piace ed entrano nella storia?
Esiste davvero tra le note un "messaggio subliminale" (non
nel senso che ascolti l'Heavy Metal ed uccidi il vicino a sprangate!!!)?
I tormentoni estivi funzionano sicuramente così; poche note
a creare un motivetto che per un paio di mesi non riesci ad evitare
di canticchiare appena sei da solo, poi per fortuna riesci anche a
cancellarlo dalla mente. Ma “Stairway to Heaven”, Wish
you were here” oppure “Green Onion”, hanno davvero
un'anima che le rende indimenticabili, come se le si conoscessero
da sempre, come se creassero dipendenza? Oppure è solo una
questione di gusti?
Il caldo mi sta cuocendo il cervello, lo so...”
Caro ROMArio, secondo me dipende moltissimo dai gusti musicali; vero
è che certi passaggi melodico/armonici (ti basti pensare ad
Ennio Morricone) sono fatti apposta per emozionare, con una conoscenza
sublime della Musicologia.
Altri brani nascono un po' per caso (e bravura) ed entrano nell'immaginario
(uditivo) collettivo.
La musica è per me l'Arte sublime, la non necessarietà
di parlare la stessa lingua ma di sapere lo stesso linguaggio (quello
musicale) sia tecnicamente (i musicisti), sia per predisposizione
(l'ascoltatore). La musica è il massimo della condivisione.
E' l'unico "posto" dove troverai irakeni ed americani, palestinesi
ed israeliani, bianchi e neri suonare in amicizia. Nemmeno il calcio
può farlo così bene...
Il fatto di conoscere da sempre una musica (una canzone) è
invece una cosa soggettiva (secondo me), che ti fa entrare in completa
sintonia con quelle note; a te e 1000 altri magari, creando appunto
i "FANS"...
Entrare nella Storia? Musica immortale? Questo è il pubblico
che lo sancisce; le vendite dei dischi dei PINK
FLOYD che ad oggi continuano incessantemente, ne sono una riprova.
Prendiamo i Beatles per esempio, e le incredibili vendite di rimasterizzazioni
forse inutili.
I LED
ZEPPELIN li metti nel lettore MP3 oggi e suonano straordinariamente
freschi come sul vinile ascoltato nel 1978 (la mia prima volta di
LZ IV). E “Kind of Blue” di Miles Davis, dove lo mettiamo?
Ma quanto conta magari aver suonato con gli strumenti apparentemente
“scordati”? Il non utilizzare la frequenza di 440 Hz per
il La, come tutti i musicanti di oggi ben sanno? Riporto, tra le centinaia
di pagine trovate nella rete, uno scritto riassuntivo che semplifica
molto bene tutta la storia relativa all'accordatura, a volte seguita
da alcune band o musicisti. “I '440' furono scelti a Londra nel 1953, successivamente
seguì la risoluzione europea n.71 del 30 giugno 1971 che ratificò
la convenzione di Toledo dell'anno precedente. Dei congressi si erano
svolti a Salisburgo (1968) e a Firenze (1969), ma l' incontro di Toledo
chiuse “definitivamente” la centenaria questione del “LA
di riferimento”.
Il governo francese infatti, si interrogò sulla questione per
primo, e seguirono appunto varie riunioni e congressi (Parigi, 1859
- Vienna, 1885 – Londra, 1939, 1953, 1955) senza tuttavia arrivare
a una soluzione.
Il disagio causato da un’intonazione sempre più alta
era stigmatizzato da più parti, specialmente dai cantanti,
e si andava perdendo il senso delle tonalità originali dei
brani di repertorio. La convenzione internazionale di Toledo, stabilì
che gli strumenti musicali dovessero essere fabbricati in modo da
dare il LA3 con la frequenza di 440 Hz a 20° C.
La medesima frequenza, ossia 440 Hz, fu fissata in modo vincolante
per l’accordatura degli strumenti musicali, di qualsiasi orchestra
o complesso strumentale.
Ma c'é dell'altro.
Il La a 440 fu caldeggiato nel 1939 addirittura dal ministro della
propaganda nazista Joseph Goebbels, passando sopra ad un referendum
contrario promosso in Francia e sottoscritto da migliaia di musicisti,
costituendo di fatto un punto di riferimento arbitrario. Sembra che
ci fosse una correlazione tra il “corista” usato nelle
bande militari e l'efficacia delle milizie: tanto più alto
il La tanto più aggressive e “efficaci” le truppe.
Da un lato quindi, chi propone accordature più alte, alcuni
anche 450 Hz, dall'altro compositori come il nostro Giuseppe Verdi
(non contemporaneamente a Goebbels, ovviamente – n.d.r.), che
perora la causa dei cantanti chiedendo l' adozione del diapason a
432Hz, più basso dell'allora in voga corista francese a 435Hz;
in una lettera Verdi scrive:”l' abbassamento del corista non
toglie nulla alla sonorità ed al brio dell'esecuzione; ma dà
al contrario qualcosa di più nobile, di più pieno e
maestoso che non potrebbero dare gli strilli di un corista troppo
acuto.(...)” e se lo diceva Verdi che di voci se ne intendeva...
L'accordatura a 432 fu proposta dai fisici Saveur, Meerens, Savart
e dagli italiani Montanelli e Grassi Landi, calcolandola su un Do
centrale di 256 cicli al secondo; tale proposta fu accettata dal congresso
dei musicisti italiani del 1881 che definì il corista “diapason
scientifico”.
L'aspetto curioso é che il diapason corrente definito “disarmonico”
sembrerebbe contrastare con alcune leggi fisiche”.
La Rivoluzione
Omega porta avanti questo progetto, definendo le sonorità
create con il La a 432 Hz più naturali, più a misura
d'uomo, più in sintonia con l'organismo ed il mondo. Perchè
non dargli retta?
Ed
ora il “dis-consiglio” di oggi:
“Curtis
Mayfield – Superfly – 1972 – Curtom rec.”
Mayfield, già cantante degli Impressions e fonte di ispirazione
di personaggi come Bob Marley (esplicito riferimento per lui nelle
note di “Exodus”) è un musicista incredibilmente
capace di creare musica che ora come ora ti sembra di aver già
sentito; il fatto importante, è che quella che abbiamo potuto
ascoltare è stata registrata tutta dopo che l'aveva incisa
lui. Un maestro, un precursore anche per quanto riguarda testi impegnati
politicamente, legati al fatto che il Black Power doveva uscire dal
ghetto, prendere consapevolezza; l'appartenenza al movimento delle
Black Panther non lo facilitò certo, ma arrivò (già
nel 1971) a farsi la propria etichetta quando il termine “indie”
non si sapeva nemmeno cosa fosse.
Il disco in oggetto è la colonna sonora di un “american
movie” legato alla figura di un investigatore nero un po' sfigatello
(non come “Shaft”)
che combatte contro trafficanti neri, battone nere ecc. ma non dice
nulla di che. Curtis Mayfield invece canta la lotta, la necessità
di svincolarsi dalla droga, dalla politica corrotta. E diventa manifesto
di una rivoluzione culturale importante. Ma non cavalca l'onda; egli
è un personaggio dotato tecnicamente ma schivo e preferisce
produrre piuttosto che apparire.
In questo disco troviamo delle chicche magnifiche: “Little Child
Runnung Wild” ci apre gli occhi sulla Chicago degli anni '70,
accompagnato da una musicalità funky soul avvolgente, con una
voce che ci sembra di conoscere da sempre. “Pusherman” è un altro brano funk,
R&B, soul di grandissima fattura.
Non ci sono grandi assoli in questo disco perchè la musica
è totale e va a creare un groove importante piuttosto che dare
spazio a solisti d'eccezione (come accadrà poi in seguito durante
Live di vario genere). In effetti i brani si presterebbero a lunghe
improvvisazioni ma, come colonna sonora, lavorano meglio così.
“Freddie's Dead”, tra archi e chitarre waa-waa, fiati
sospesi e trascinati da flauti traversi ci fa entrare nel mondo della
musica black, con ossessivi funk leggeri ma presenti e la voce di
Curtis che ci penetra come una lama nel burro.
Due brani strumentali (“Junkie Chase” e “Think”)
a completare alcune scene cinematografiche molto differenti tra loro
e poi ancora “Superfly”, brano che apre con un motivo
al basso e che ci porta a muovere le nostre anche ossidate dal tempo,
a seguire la vocina accattivante di Mayfield, gli stacchi della band
e via; si torna agli anni '70.
Nel 1990 durante un concerto gli caddero addosso delle luci spezzandogli
la colonna vertebrale e lasciandolo tetraplegico e nel 1999 ci lasciò
definitivamente per problemi legati al diabete. Ma ci ha lasciato
un mondo di note fantastiche.
Magari hanno usato il La a 430 Hz....