Paesaggi tra i solchi. Tracce ribelli

Le copertine degli LP raccontano la rivoluzione e la (dis)integrazione razziale. In mostra a Brescia

I musicisti ribelli, soprattutto della Popular Music, consapevoli del loro ruolo pubblico e del loro impegno civile, si sono sempre misurati con le strutture economiche e le contraddizioni del mondo in cui vivevano. La loro musica ha rappresentato il rifiuto della discriminazione razziale e di classe e ha arricchito le basi della cultura popolare che conosciamo, dalle società tribali al colonialismo, fino al moderno capitalismo bianco e razzista con il suo sistema di produzione. Gli stili delle forme musicali sono, inevitabilmente, condizionati dalle circostanze politico-sociali ed economiche, dai conseguenti riflessi ideologici e dai movimenti culturali in cui si formano.

La produzione musicale è un linguaggio “all’interno” del sistema ideologico della società dominante, oggi quella borghese, sia quando ne canta i fasti, sia quando è espressione di chi si difende e si ribella ad essa. La musica si sviluppa sul terreno delle contraddizioni della società che comunque rappresenta in tutte le sue forme, ma ne è anche una delle forze antagoniste e critiche. L’evolversi della musica, nonostante le sue contraddizioni legate al mercato, corrisponde ai differenti rapporti della gente con il sistema che li sfrutta, li segrega socialmente e culturalmente. Destini che si esprimono musicalmente sotto forma di rassegnazione e accettazione nella speranza di un riscatto “borghese”, oppure sotto forma di resistenza e lotta rivoluzionaria, a volte nazionalistica. La musica di protesta è un dibattito, un confronto e una conseguenza delle opposte forze sociali in gioco che tentano di strutturarla, definirla e ideologizzarla. Il rapporto tra musica di protesta e di consumo non rappresenta mai una convergenza e ogni fusione è solo apparente, è la lotta tra due tendenze, quella dominante e quella dominata.

La Popular Music, in particolar modo quella prodotta negli Stati Uniti, frutto dell’incrocio di decine di etnie diverse, è stata registrata dal vivo da ricercatori come: John e Alan Lomax, Sidney Robertson, Helene Sratman Thomas e Art Rosenbaum nel loro vagabondare. In Italia memorabili le ricerche di Alan Lomax e Diego Carpitella ed Ernesto de Martino. Queste ricerche, a prescindere dagli scopi e usi anche commerciali, sono la memoria di una storia dei secoli precedenti, spesso solo orale (il blues o il canto delle mondine) che altrimenti sarebbe perduta.

Per tutto il ‘900 si è accumulata una grande quantità di registrazioni che in vari formati (dischi 33/45 giri, cassette, cd, radio) hanno potuto diffondersi ed essere accessibili a tutti. Hanno inoltre mantenuto il loro potenziale di protesta e testimonianza della condizione umana degli ultimi, degli oppressi, pur nella contraddizione della sussunzione e mercificazione attuata dalle major discografiche. Proprio questa “commercializzazione” ha favorito un’espressione rabbiosa o dolente, più completa grazie alle copertine dei dischi con immagini esplicite ed evocative che ne completano il messaggio, spesso realizzate da grandi artisti. I dischi e le composizioni sono diventate “miti” e “inni” e hanno accompagnato le rivolte e le proteste. Musiche e immagini simboliche sono opere d’arte capaci di trasformare una canzone folk o un movimento jazz (Free Jazz) in qualcosa di consolidato nella realtà sociale, trasformando l’artista in un portavoce del suo tempo che usa un linguaggio universale anche per l’ascoltatore comune. Al contrario di un oratore politico, la musica raggiunge l’uomo anche se non è politicamente preparato; la melodia, il ritmo e l’illustrazione della copertina arrivano alla sfera emotiva dell’individuo. Nasce una complicità spontanea, e forse ingenua, un’affinità emotiva inaspettata che trasforma un sentimento personale in un’esperienza collettiva. E così il sax straziante di Archie Shepp diventa l’urlo di rabbia dell’oppresso nero che ha rinunciato alla melodia del canto. E ancora This Land Is Your Land di Woody Guthrie, Blowin’ in the Wind di Bob Dylan e Kick Out the Jams degli MC5, questi ultimi guerriglieri del rock di Detroit.

Anche la canzone d’autore italiana di Manfredi o militante di Gualtiero Bertelli, di Ivan della Mea, Stormy Six e le ricerche di Giovanna Marini o quelle latino americane di Violeta Parra e Victor Jara sono espressioni di questa trasformazione dal personale al politico. Manifestazioni musicali prodotte in contesti diversi, da autori e con stili differenti, ma che nel tempo hanno finito con l’essere accomunate nel canone della protesta politica.

Per finire, una canzone di protesta precedente alla musica registrata, è quella del 14 luglio del 1790, durante la Fête de la Federation, quando il popolo improvvisò e aggiunse questi versi ad un canto che divenne una famosa espressione della rabbia popolare: “Ah, Ça ira! Ça ira! Ça ira!/Les aristocrates à la lanterne/Ah, Ça ira! Ça ira! Ça ira!/Les aristocrates, on les pendra!” Ma l’inno della repubblica sarà la retorica Marsigliese che invita alla difesa della patria e che non fu mai cantata durante gli scontri e la presa della Bastiglia, così come i partigiani non cantavano Bella Ciao ma Fischia il vento. La musica ribelle non si istituzionalizza, e quando ciò avviene la si disinnesca e la si priva dei suoi contenuti artistici e culturali.
Rinaldo Capra

da sabato 31 Ottobre 2020 a domenica 29 Novembre 2020
Paesaggi tra i solchi. Tracce ribelli – Rivoluzione e (dis)integrazione razziale nelle copertine dei long play(ing)

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030 3752369; 333 3499545; info@aref-brescia.it; aref-brescia.it

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Data

31 Ott 2020 - 29 Nov 2020
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Luogo

BRESCIA - SPAZIO AREF
Piazza della Loggia, 11, 25121 Brescia
Sito web
https://aref-brescia.it/
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