Ma quanto mi mancano i Linkin Park?!?

Ho un ricordo ancora molto vivido della prima volta che ho ascoltato i Linkin Park. Anzi… dell’esatto momento in cui “ho visto” i Linkin Park.

Li ho visti in tv, in una delle trasmissioni musicali più seguite di quel periodo. Un pomeriggio casalingo, in salotto, con i miei Twins alle loro prime visioni di videoclip.

Abbandonata l’idea di vivere per davvero un’Odissea nello Spazio, il 2001 mi offriva l’apparizione di un gruppo di “alieni” con un doppio frontman (un rocker e un rapper), una formazione atipica (Chester Bennington, voce, 1976; Mike Shinoda, voce, tastiera e chitarra, 1977; Brad Delson, chitarra, 1977; Dave Farrell / Phoenix, basso, 1977; Rob Bourdon, batteria, 1979; Joe Hahn, scratching, campionatore, regista, 1977), un sound corposo e l’opportunità di ascoltare una nuova evoluzione del rock del nuovo millennio appena iniziato.

Certo non una novità assoluta l’abbinamento rap & rock. Il fermento a stelle e strisce degli States avevano già prodotto quello che poteva sembrare un mix perfetto e inarrivabile delle maggiori pulsioni musicali ed etniche americane. Ma con i Linkin Park stava accadendo qualcosa di nuovo e di più interessante rispetto alle precedenti esperienze in tal senso.

In the End”, quarto estratto dall’album di esordio “Hybrid Theory”, che rimane il mio preferito, è fuoriuscito dal tubo catodico (eh si… ancora quella tecnologia!) in modo devastante, con un video pluri-premiato diretto da Joe Hahn (membro del gruppo, guru dello scratch & electronic sound) e Nathan “Karma” Cox.

Quella torre con un volto femminile piangente che si erge dal nulla onirico di un paesaggio magrittiano è l’ambiente in cui si svolge tutto il video e diventa, al tempo stesso, simbolo dell’arroccamento permeabile di un gruppo di giovani musicisti che hanno saputo rimanere legati, almeno fino al 2017, nonostante il passare del tempo, le difficoltà personali, il successo crescente, le inevitabili divergenze interne.

Dal 2001 in poi è un susseguirsi di avvenimenti: concerti in tutto il mondo, milioni di album venduti (“Hybrid Theory” è stato certificato disco di diamante), Grammy Award a volontà. Il Nu Metal dei Linkin Park si era così consolidato che nulla faceva trasparire le crepe sulle fondamenta della torre dorata del gruppo.

Le prime avvisaglie in “Breaking the Habit”, brano firmato da Mike Shinoda nel 2004 e presente nel secondo album “Meteora” (bello anche questo!).

Il testo è un chiaro riferimento alla difficile situazione che Chester Bennington sta vivendo. Gli strascichi dei problemi vissuti nella sua adolescenza riemergono. Il caldo abbraccio di Shinoda e di tutto il gruppo tamponano momentaneamente la situazione ma non guariscono le ferite di Chester.

La morte di Chester Bennington (20 luglio 2017) avviene dopo pochi mesi dalla pubblicazione di “One More Light”, l’album più discusso, più contestato e meno apprezzato dei Linkin Park.

Davvero un brutto lavoro che ha dato seguito alla nomea “Pop” del gruppo. E non senza ragione.
Stilisticamente molto diverso dallo stile dei LP, il settimo album si discosta moltissimo dal precedente “The Hunting Party”.

Su New Musical Express ci sono andati pesanti: “È duro criticare un grande gruppo per aver provato qualcosa di diverso e non è un problema che si tratti di un album pop. Il problema è che è una mossa commerciale debole e commovente (forse per competere con i Twenty One Pilots)…”. Neil Z. Yeung su AllMusic spiega che “Il problema non è tanto il fatto che si tratti di un album pop; anzi ottengono punti per un coraggioso tentativo così fuori dalla loro portata. Il problema è che gran parte di One More Light è priva di quella carica viscerale che precedentemente ha definito gran parte del loro catalogo… non c’è alcun scream da parte di Chester Bennington, non ci sono quasi tutti i riff e DJ Hahn è scomparso dal processo di registrazione”.

Ma quello che più mi ha impressionato (a parte l’inutile presenza di Kiara in uno dei brani di “One More Light”), è l’evoluzione-involuzione della voce di Chester.

Provate ad ascoltarlo (se riuscite a resistere alla bruttura dei brani e dei testi).

E’ come se fosse improvvisamente tornato adolescente. La sua voce è quella di un quattordicenne imberbe. Ed è forse la chiave per leggere l’improvvisa decisione di suicidarsi. 
Chester, in un momento di grande difficoltà dei LP, non ha retto al regredire del suo io?
Ha rivissuto tutti suoi problemi adolescenziali? La sua mente non è più riuscita a sopire i sensi di colpa? Non ha sopportato il nuovo “percorso” di Shinoda? 

Le risposte non le sapremo mai ma è anche indicativo che la decisione di porre fine alla sua vita arriva proprio nel giorno del compleanno del suo amico Chris Cornell, anche lui morto suicida il 18 maggio 2017.

Insomma… Mi mancano i Linkin Park. Non c’è dubbio. Mi manca quel gruppo nella torre che ha saputo, fino a “The Hunting Party” (2014),  elaborare e ri-elaborare la propria creatività fino a farla diventare unica e riconoscibile fin dalle prime note.

Ma – e qui mi rivolgo proprio a loro, ai Linkin Park post Chester – per favore, scioglietevi! 

Non fate più l’errore di abbinare il nome dei Linkin Park a personaggi come Matt Heafy (Trivium) o ad altri che ritenete possano essere i possibili sostituti di Bennington. Non esiste gruppo importante che alla morte del suo frontman sia riuscito a sopravvivere.

Lasciate che si possa ancora dire “Ma quanto mi mancano i Linkin Park?!?!” senza dover asserire “I Linkin Park erano tutta un’altra cosa!”.

© Giorgio De Novellis, Vinilica.it

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